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lunedì 22 ottobre 2012

La Leva del Progresso [parte prima]

                     
                      di Andrea Fasolini

Elencare, in maniera chiara ed univoca, le cause che portarono le civiltà classiche a raggiungere un livello di sviluppo tecnologico inferiore a quello medievale, rappresenta un'impresa ardua. E' tuttavia possibile individuare, come suggerisce Joel Mokyr, alcuni aspetti che potrebbero aver influito in maniera significativa in tal senso. L'arretratezza di greci e romani in settori quali l'energia e l'utilizzo dei materiali, non è spiegabile riferendosi semplicemente alla posizione geografica e all'assenza di motivazione di quest'ultimi. I greci,considerati i padri della moderna cultura occidentale, nonostante le indiscutibili innovazioni apportate ai loro tempi, ebbero sostanzialmente due grosse limitazioni al proprio sviluppo tecnologico. La religione ellenica, basata su una folta mitologia caratterizzata dall'antropomorfismo e dall'animismo, proponeva uno stile di vita rispettoso degli dei e dei limiti terreni, caratterizzante la vita quotidiana delle fasce più umili della popolazione. Il celebre mito di Prometeo ne rappresenta un lampante esempio: afflitto nel vedere gli uomini costretti a terribili fatiche, il titano decise di donare loro il fuoco, fino a quel momento bene esclusivo degli dei. Zeus condannò così Prometeo ad una punizione terribile, lanciando un chiaro monito al resto dell'umanità: vi sono cose in natura che all'uomo non sono date conoscere. Anche la letteratura riporta aneddoti simili: da Ulisse a Dedalo, una pluralità di episodi sembrano suggerire la medesima massima. Tuttavia, non furono soltanto la letteratura e la religione a delimitare i confini conoscitivi dei greci: Platone, filosofo per antonomasia, decretò una totale divisione del mondo terreno, imperfetto quanto ingannevole, rispetto a quello delle idee o Iperuranio, considerato trascendente. Ciò spiega l'enorme sviluppo, nel mondo greco, di scienze a priori quali la matemetica e la geometria, a scapito della fisica: se il mondo in cui viviamo non è altro che una copia di quello ultraterreno, il suo studio diviene pressoché inutile. Ciò venne rafforzato dalla predilezione aristotelica per la metafisica, innalzata a Scienza Prima. Diviene così comprensibile l'inesorabile abbandono di interesse, da parte dei filosofi, nei confronti dello sviluppo tecnologico.
Con la conquista romana della penisola ellenica, avvenuta nel II secolo A.C, la filosofia e la religione greca fecero breccia anche a Roma, così come l'animismo.Le due civiltà condividevano da tempo anche la pratica dello schiavismo, con ovvi impatti sullo sviluppo tecnologico: affidare la propria produzione ad individui demotivati ed esclusi dagli eventuali benefici di quest'ultima, rischia di creare impieghi alienanti e ostili alla creatività. Pur non conoscendo il grado di abilità posseduto dagli schiavi, lodati per la propria creatività da autori latini quali Seneca, che esortò i propri concittadini nel considerarli quali "Amici, compagni e coinquilini", è comunque possibile attribuire parte del mancato progresso proprio a questo fattore. Tuttavia permangono molteplici interrogativi. Come suggerisce Lee, la pratica dello schiavismo, diffusa peraltro in molte altre civiltà dell'antichità, non diminuì il prestigio economico del lavoro manuale né aumentò il divario tra classi produttrici e non: durante il periodo tardo-imperiale, la maggior parte della forza lavoro era costituita da individui liberi, senza significative ricadute in ambito tecnologico. Inoltre, se tale aspetto fosse stato realmente determinante, non si potrebbe spiegare l'enorme divario tra lo sviluppo tecnico in ambito pubblico e privato. Le faraoniche opere promosse dagli imperatori utilizzavano manodopera prevalentemente costituita da schiavi: nella costruzione delle terme di Caracalla ne vennero impiegati costantemente oltre duemila per cinque anni. Eppure, tale opera è oggi considerata un miracolo dell'ingegneria antica. La differenza è forse individuabile nella classe dirigente preposta all'amministrazione dei settori produttivi. Come ci è tramandato dall'autore romano Columella nel De Rustica, spesso i proprietari terrieri sceglievano individui anziani e pavidi per amministrare le proprie tenute, aumentando enormemente il divario tra classe produttrice e quella dirigente. Ciò ha portato Hodges a sostenere che proprio la mediocrità della classe alta potrebbe essere alla base del mancato sviluppo nell'Impero romano. Dopotutto, era ben nota ai tempi la corruzione dilagante e la decadenza dei costumi, tanto che lo storico romano Tacito arrivò a coniare la celebre sentenza "Corruptissima republica, plurimae leges", proprio osservando tale declino sociale. Alcuni storici sostengono che la mancanza di un settore privato dinamico e competitivo fu strettamente legata alla fame espansionista tipicamente romana: con gli esorbitanti costi dell'apparato pubblico gravanti sul bilancio imperiale, solo l'occupazione di nuove terre, con annesse risorse, mercati e manodopera, avrebbe potuto tenere in vita un'economia tecnologicamente arretrata come quella romana. Con il rallentamento delle conquiste territoriali durante il I secolo, soltanto l'apporto di ingenti riserve auree dalla Dacia e dal fiorente regno dei Parti ridiedero ossigeno ad un impero sull'orlo del collasso economico. In un simile contesto, le riforme attuate da Diocleziano, volte alla calmierazione dei prezzi, e l'introduzione dell'obbligo di seguire la professione perpetuata dal proprio padre, diedero il colpo di grazia al già precario dinamismo del settore privato.

1 commento:

Vicky Rubini ha detto...

Ti rispondo in qualità di interessatissimo all'argomento (la mia tesina per il diploma sarà infatti Progresso e Progressive). Hai citato numerose fonti, ma credo che ne abbia tralasciata una di notevole rilevanza, e cioè Esiodo, un poeta didascalico dell'età arcaica. Nel suo "Opere e i giorni" il poeta fa precedere ai precetti di una buona conduzione economica, i miti delle razze (o delle età) e di Pandora (che era la moglie del fratello di Prometeo (peraltro Prometeo è un nome parlante, che vuol dire "colui che riflette prima)). Il mito della razze, molto essenzialmente, porta proprio a conclusioni parallele a quelle che ci ricordavi; si parli della ciclicità del tempo, e tantopiù della decadenza generazionale (in latino, "o mores, o tempora!), cioè, tutto ciò che è passato è migliore. Tutta una serie, quindi, di fattori filosofici, insiti nel pensare greco si sono riassunti e riverberati nell'agire delle popolazioni successive. Se ho ancora spazio aggiungerei un aneddoto Thailandese. Per una celebrazione religiosa, dovevamo preparare delle bustine contenenti riso, travasandolo da enormi sacchi. Come si sa "perder tempo a chi più sa più spiace" (o a chi cerca di sapere). Quindi, ingaggiato per la missione cercai subito il metodo più veloce per imbustinare il riso, dopo un'oretta avevo sperimentato diversi metodi, fino a brevettare ufficialmente un lungo bicchiere che in un solo colpo riusciva riempire la busta, senza far cadere neanche un chicco. Osservai invece che mia zia e mio fratello erano ancora dietro a usare le mani, sprecando tempo e riso. E dire che mi avevano visto, ma forse non aveva niente da fare nel pomeriggio.

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