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giovedì 30 gennaio 2014

Hannah Arendt, il film che racconta l’essenza del male del Novecento

di Francesco Mancin

Hannah Arendt è il titolo del film che quest'anno è stato proiettato in diverse sale aderenti su tutto il territorio nazionale, per celebrare la Giornata della Memoria del 27 Gennaio. E' la brillante, nitida e veritiera rappresentazione di quel che successe alla filosofa in seguito all'arresto del gerarca nazista Adolf Eichmann.
Eichmann durante il periodo nel quale avvennero i fatti della Shoah si occupò del trasporto nei campi di concentramento e sterminio, del trasferimento tra un campo ed un altro e dell'organizzazione logistica di tutto quel capitale umano che fu sterminato secondo le direttive di Heinrich Himmler. 
Come sintetizza Rai Edu-Filosofia: "Inizia a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann. E’ la prima volta che un criminale nazista viene giudicato da una corte in Israele. Nel corso del processo, uno dei maggiori responsabili dell’Olocausto ammetterà solo "la responsabilità di aver eseguito ordini come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra". E’ il suo atteggiamento durante le udienze a ispirare ad Hannah Arendt l’opera sulla banalità del male come prodotto di una organizzazione burocratica e dell’acquiescenza degli individui".Il film affronta appunto le pesanti vicende interiori, sociali, familiari e politiche che attraversano e spezzano la vita della Arendt, con la grande capacità da parte della regista Margarethe von Trotta di non procedere nell'esposizione attraverso l'uso di quella facile retorica che spesso circonda questi argomenti e di esplorare le implicazioni e le conseguenze etiche ed emotive della filosofa, equilibrando con sapienza i flashbacks della tormentata relazione col mentore e amante presunto filo-nazista Martin Heiddeger e la scoperta da parte dello spettatore di profonde ferite nell'identità e nella coerenza del popolo ebraico quanto (e attraverso) la Arendt stessa.
Come accade per la preparazione di un buon piatto tradizionale il film presenta con originalità tutti gli ingredienti più genuini:

martedì 23 luglio 2013

To The Wonder [Articolo # 500!]

di Fabio Zoboli
“Chi non compie delle scelte, non può essere perdonato”.
Sembra essere questo il messaggio di Terrence Malick, un regista che già nel precedente The Tree of Life aveva posto le basi per uno stile nuovo e peculiare delle sue pellicole, popolate di immagini più che di azioni, intrise di silenzi più che di dialoghi. E il parallelismo tra l'amore di una coppia e l'amore di Dio verso l'uomo (soprattutto verso chi dovrebbe essere più predisposto ad accoglierlo, come un sacerdote) apre una prospettiva in grado di superare i clichè a cui siamo assuefatti: nessuna relazione è facile e perfetta, come spesso la cinematografia ci lascia credere.
Il piacere, la complicità, la lussuria, anche il rapporto più autentico, nel giro di due anni, come proposto nel film, possono scemare. E come ci insegna la quotidianità non sarà semplicemente una fiamma che si spegne, sarà piuttosto un lento susseguirsi di momenti di riavvicinamento e di incomprensioni, di passione e di litigi, di tenerezza e di indifferenza. Una prospettiva desolante e avvilente, che rende l'uomo un puntino insignificante all'interno di un disegno più grande, spesso incomprensibile. E forse è proprio per questo che il regista dà risalto maggiormente alla Natura, con i suoi paesaggi mozzafiato, le sue albe e tramonti: è grazie a questa carica emotiva che possiamo superare il peso dei silenzi e di inquadrature in cui sembra che la felicità sia effimera e transitoria, pronta a lasciar spazio alla scena successiva in cui di nuovo la solitudine prende il sopravvento.
Il messaggio del cineasta può non essere condiviso e soprattutto non essere compreso a pieno (tanto che, per la prima volta, mi è capitato di vedere uno spettatore abbandonare la sala, visibilmente annoiato, neanche a metà film), ma non lascia indifferenti coloro che provino a riflettere e a lasciarsi trasportare da quella che potrei definire un'eccezionale semeiotica del sentimento più abusato nella storia del cinema: l'Amore. Con la lettera maiuscola perché non si tratta del consueto tentativo macchiettistico delle commedie nostrane o, ancora peggio, hollywoodiane, di descriverlo come sentimento puro, immutabile, facile da raggiungere. L'amore di Malick, e credo di tutti noi, è complicato: nasce grazie a tutta una serie di coincidenze e tasselli che devono combaciare perfettamente, per evitare che la prima scossa di terremoto, il primo colpo di vento, la prima onda sul bagnasciuga, che non aspettano altro che sovvertirlo, siano capaci di farti riconsiderare l'insieme e insinuarti il dubbio che ci siano dei pezzi mancanti.
Per riassumere brevemente la trama, solo abbozzata e volutamente bistrattata dal regista, le due donne con cui ha una relazione il protagonista Neil (Ben Affleck), hanno un passato tutt’altro che semplice: la prima è madre di una figlia di dieci anni, nata da un precedente matrimonio consumatosi precocemente, sia per la giovane età che per la durata della passione; anche la seconda ha lasciato il marito, dedito all'alcolismo e capace solo di scialacquare il patrimonio familiare, e ha ritrovato la serenità solo gettandosi tra le braccia dell’amico d'infanzia. Entrambe sembrano trovare in quest'uomo di poche parole, ma affascinante e premuroso, la soluzione ai loro problemi, che risultano essere però troppo radicati e che si scontrano con la stessa insoddisfazione di Neil che da aspirante scrittore si ritrova a svolgere la mansione di tecnico specializzato in inquinamento ambientale. E come se allo spettatore non bastasse, Malick affonda il colpo anche sulla religione, proponendo la figura di un prete che dispensa parole di saggezza in cui lui stesso non crede più, domandandosi continuamente perché si sia lasciato sfuggire le convinzioni del passato.
Ecco allora che la frase che ho scelto come incipit, tra le tante recitate dalle numerose voci fuori campo dei personaggi nelle rispettive lingue natie (francese, spagnolo, inglese, italiano), assume un significato di speranza: sebbene la ricerca della felicità sia difficile, sebbene l'amore sia controverso, solo chi ha il coraggio di scegliere e impegnarsi ha la possibilità di salvarsi da questo mondo che sentimentalmente è sempre pronto a mettere il proverbiale bastone fra le ruote, a rovinare i momenti migliori, a trasformare ciò che vorremmo fosse immutabile.
Tutto sommato, se a far da sfondo alle vicende umane troviamo una fotografia spettacolare come quella di To the Wonder, perché dovremmo smettere di crederci e lottare, Fino alla Meraviglia?

lunedì 17 giugno 2013

Timshel

di Francesca Introna
Secondo una leggenda, Dio, quando creò il mondo, aveva a disposizione dieci misure di bellezza e dieci misure di dolore. Delle dieci misure di bellezza, nove le donò a Gerusalemme, e altrettanto fece con il dolore. Le uniche due misure restanti le distribuì al resto del mondo.
Il bello della letteratura, come dice sempre Benigni quando parla di Dante, è che dà il nome alle cose che tu non sai spiegare. Tutto ciò che ci succede nella vita può essere scritto, reso pulito e immortale dalla penna, e la scrittura è più di una possibilità, è una necessità del genere umano, per dare conforto e speranza a se stesso. La difficoltà del fare letteratura sta, di conseguenza, nell’originalità, nel saper raccontare qualcosa di nuovo, di inedito, soprattutto quando ci si accorge che già tra le narrazioni più antiche del mondo si trova tutta la vita umana.

Il popolo di Israele, forse proprio a causa del suo sentirsi Eletto –è l’elezione non solo un dono ma anche una condanna, un aggravio di Responsabilità- ha condensato ciò che conosceva del cuore umano nell’Antico Testamento. Ha così costretto la leggenda delle dieci misure di bellezza e di dolore ad avverarsi. Superare la profondità e la completezza delle Sacre Scritture è arduo: tanti ci hanno provato, pochi ci sono riusciti.

Jorge Luis Borges, che si dice abbia letto tutti i libri del mondo, riesce a tirar fuori dal Tutto, perfetto e compiuto, un breve mirabile racconto, ribaltando la prospettiva del mito di Caino e Abele.

Abele e Caino s'incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: -Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima. -Ora so che mi hai perdonato davvero, -disse Caino, -perché dimenticare è perdonare. Anch'io cercherò di scordare. Abele disse lentamente: -È così. Finchè dura il rimorso dura la colpa. [da Elogio dell’ombra]


Di tutt’altra pasta è la riflessione che fa quel genio che era Bruce Chatwin in “Le vie dei canti”. Il libro, peraltro meraviglioso, è tutta una riflessione sul viaggio, sul nomadismo, ed è pieno di citazioni e riferimenti ad altri scritti. Chi ha una mente modesta penserà che avrà parlato di Abramo, e invece ha parlato anche lui dei due figli di Adamo ed Eva. A quanto pare infatti la parola Abele deriva da Hebel, che in ebraico antico significa “vapore, fiato”, e dunque ogni cosa animata, e soprattutto, secondo l’interpretazione di Chatwin, ogni cosa nomade, in movimento.

mercoledì 5 giugno 2013

Il Grande Gatsby

di Fabio Zoboli
Dopo un’attenta analisi di quali novità cinematografica valesse la pena visionare e dopo una serie di trailer tutt'altro che incoraggianti, urge una premessa doverosa: il mondo del cinema non sa più dove sbattere la testa. Tra un sequel, un prequel, un remake o l'ennesimo improbabile film apocalittico di pseudofantascienza (il solo pensiero di includere pellicole scadenti nello stesso genere dei grandi miti del passato come Blade Runner mi fa accapponare la pelle), la fantasia pare aver esaurito da tempo l'antico splendore. Per non parlare poi della riproposizione sul grande schermo dei classici Disney in versione remastered... come se non ci bastasse vedere Balto ripresentato in tv ad ogni Natale! Ma dato che non posso limitarmi a criticare il panorama artistico-culturale per tutta la recensione, ho scelto quale sarà l'argomento di oggi: un tentativo, se non altro coraggioso, di rivedere in una luce contemporanea un film del passato.

Il Grande Gatsby probabilmente sarà un titolo che ai giovani non evocherà alcun ricordo, ma provate a chiedere ai vostri genitori se non richiama alla mente un certo Robert Redford e una tale Mia Farrow; e magari scoprirete, come ho potuto constatare in prima persona con immane stupore, che nella vostra libreria di casa è stato conservato gelosamente anche il vinile con la colonna sonora, datata 1974! Ma altrettanto probabilmente le generazioni che ci precedono non vedrebbero di buon occhio l'odierna opera di Baz Luhrmann, un regista che si ama o si odia e che ha già abituato il pubblico ad uno stile insolito e provocatorio; infatti anche nelle sue precedenti fatiche, Romeo+Juliet e Moulin Rouge, ciò che colpisce è la vivacità dei colori, la frenesia dei ritmi, la rapidità con cui la macchina da presa si sposta da una scena all'altra… peculiarità che non sono gradite a tutti!

Anche in questo caso il cineasta conserva intatto il suo stile, ma mi dissocio da chi pensa che strida con l'ambientazione del 1922 o che lo sfarzo e la teatralità siano fini a se stessi: tutt'altro. La capacità di fotografare un'epoca senza rendere la pellicola noiosa e soprattutto senza uscire dai binari della storia dei protagonisti non era impresa semplice, ma credo che l'obiettivo sia stato raggiunto egregiamente. Anche perché la seconda parte, decisamente più drammatica, propone un ritmo meno incalzante e atmosfere più cupe, a rimarcare una visione nient’affatto manichea del mondo; anche i singoli personaggi sono intrisi di vizi e virtù, che li rendono costantemente ambigui e sfaccettati, mai semplici macchiette o col ruolo predefinito di eroi o antagonisti, discostandosi dai canoni fiabeschi di Propp che molto spesso il cinema ci propina.
Detto questo, la sceneggiatura non prevede clamorosi colpi di scena e senza voler svelare troppo la trama, lo spettatore capisce ben presto che non si tratta di una commedia romantica ma piuttosto di una complicata storia d'amore che trova analogie con la tragedia shakespeariana con cui Luhrmann si era già confrontato agli esordi della sua carriera.

mercoledì 22 maggio 2013

Vent'anni

di Andrea Fasolini
Era il 6 novembre 1993. Poco meno di vent'anni fa, usciva il primo numero della rivista settimanale “Internazionale”, che tutt'ora si occupa di tradurre le migliori notizie di stampa estera in lingua nostrana. La scorsa settimana, in occasione del millesimo numero pubblicato, la redazione ha allegato ad ogni rivista in abbonamento proprio la ristampa di quella prima uscita. Rileggere la stampa di quegli anni provoca un sentimento misto tra la nostalgia e lo stupore: erano gli anni della disgregazione politica, delle liberalizzazioni, dell'integrazione economica; ma anche delle stragi, della paura e del crollo delle ideologie. Così, rileggere oggi i commenti dell'Economist su “Mani Pulite”, di El Pais sui mutamenti sociali in Cina, dell'infinita guerra israelo-palestinese narrata da Ha'aretz e dei timori di violenze nella neonata Repubblica Russa, permettono al lettore di giudicare la storia e le opinioni a fatti avvenuti. E' un esperienza che consiglio a tutti: prendete vecchi giornali riposti a loro tempo in soffitta e leggetene le notizie. Sono certo che quello che troverete sarà molto meno scontato delle notizie che leggiamo oggi sui quotidiani.




martedì 14 maggio 2013

Odiata contemporaneità


di Edoardo Marcarini

L'arte contemporanea è uno dei canali espressivi in assoluto più criticati e meno apprezzati mai utilizzati dall'uomo. Questa demonizzazione è fondamentalmente causata dal fatto che la rappresentazione del "bello" non è l'obiettivo dell'arte e dell'artista, che invece punta a nascondere nell'opera concetti ben più profondi che richiedono un linguaggio adeguato non coincidente con la realtà.
Senza stare a dilungarci sulle definizioni dei vari gruppi di produzione e degli obiettivi dei vari movimenti (perché non finiscono più), volevo dare un assaggio di qualcosa che tutti potrebbero apprezzare prodotto nei giorni nostri.
Untitled, Tara Donovan


Opera di Tara Donovan, artista americana che realizza site-specific installations ovvero instllazioni pensate appositamente per il luogo in cui vengono conservate. Utilizza materiali comuni e di recupero, in quest'opera (Untitled) bicchieri di plastica e colla a caldo.









La piazza, Richard Estes
The deep, Jackson Pollock
Richard Estes (sopra), uno degli ideatori e massimi rappresentanti del fotorealismo, conosciuto anche come iperrealismo, rappresenta con una ricchezza incredibile di particolari immagini di vita "quotidiana" con la tecnica dell'olio su tela. non è una fotografia.





Jackson Pollock, massimo rappresentante dell'espressionismo astratto e ideatore della tecnica del dripping: Dipingeva le sue enormi tele facendo gocciolare il colore su di esse. La sua tecnica si fonda  sull'istinto e sull'intuito uniti alla componente caso (la sua pittura è definita anche aleatoria, stabilita cioè dal lancio dei dadi). Questo quadro, The deep, è l'ultimo che dipinse prima della morte.
Freedom, Zenos Frudakis
"Volevo creare una scultura che chiunque, indipendentemente dal proprio contesto, potesse guardare e percepire immediatamente l'idea di qualcuno che lotta per liberarsi. Tutti hanno bisogno di uscire da qualche situazione, che si tratti di una lotta interiore o di una circostanza contraddittoria, e di essere liberi."

mercoledì 27 marzo 2013

London Calling.

...diamo il benvenuto alla new entry Fabio Ferretti e alla sua conoscenza musicale!...
London Calling. Il richiamo potente del Rock inglese
di Fabio Ferretti
Era il 1993 e frequentavo ancora il liceo. I miei consumi musicali, educati da uno zio chitarrista, spaziavano dall’hard rock americano (Mr. Big e Rainbow, tanto per citarne un paio) al glam metal (alla Extreme per intenderci), passando per massicce dosi di progressive rock (Pink Floyd su tutti.. chi non ci è passato?). Il primo genere in cui mi ero tuffato individualmente, cioè senza la mediazione di qualcuno, era stato il Grunge: suono più viscerale e immediato del Prog, ma comunque tutt’altro che gioioso; anzi, direi proprio cupo, riflessivo, con vaghe (neppure troppo) tendenze al nichilismo e all’autodistruzione. Ben presto mi era venuta voglia di cambiare aria, di sperimentare qualcosa di decisamente nuovo, di andare un po’ contro la corrente del periodo.
Quale genere mi avrebbe consentito di riuscirci e, per di più, di farlo con un deciso cambio di rotta verso tutt’altre atmosfere musicali? Li vedevo già i volti dei miei amici musicisti che, incurvando leggermente le labbra verso il basso a mo’ di riprovazione, avrebbero energicamente scosso la testa emettendo dei suoni simili ad un “mah”, il tutto con sullo sfondo i loro accordi cupi e minori. E nell’ambito di quel “nuovo” genere, da cosa partire? La scelta fu del tutto casuale: London Calling dei Clash. Un cd in cui mi ero imbattuto durante una battuta di caccia nel negozio di dischi dove lavorava il più classico degli amici: un dj.
Fu un’autentica rivelazione. Già al secondo passaggio ero incapace di restare fermo. Energia pura, adrenalina al massimo livello, difficoltà a scegliere quali fossero i brani migliori: ad ogni ascolto scoprivo qualcosa di nuovo e di coinvolgente che modificava le certezze e le gerarchie sino ad allora createsi; ben presto tutti i brani mi sembrarono ugualmente efficaci, senza che vi fossero, cosa rara, i classici riempitivi per far numero.

giovedì 21 marzo 2013

Fuoco

di Francesca Introna
Oggi scrivo pensando a Roberto Saviano. Oggi scrivo pensando a Napoli, e alla Campania. Oggi scrivo pensando a un paese che si crede civile ma che non si accorge del rogo doloso che distrugge un museo partenopeo. La notte tra il 4 e il 5 marzo qualcuno ha appiccato il fuoco alla Città della Scienza. Scrivo qualcuno, ma è difficile non pensare che siano stati i clan camorristici interessati agli appalti edilizi; questa per ora è la pista più seguita dai pm e subito indicata da Saviano su fb. La notizia, che avrebbe dovuto sconcertare la nazione, è stata relegata da quasi tutti i mass media tra un approfondimento sul sistema elettorale vaticano e la cronaca processuale di un vecchio omicidio.

Ho avuto il coraggio di leggere Gomorra solo pochi mesi fa, e avevo ragione di temerlo. È una lettura che chiude lo stomaco e sconvolge il cervello, finchè non ti senti più in grado di andare avanti e chiudi il volume con gli occhi lucidi pensando che hai bisogno di almeno un’ ora per metabolizzare, per riprendere a respirare regolarmente. Quello che Saviano racconta non sembra credibile, non sembra possibile, e soprattutto non dovrebbe esserlo. Eppure è la verità, nient’altro che la verità. E tutti dovrebbero conoscerla, come si conosce la storia del nazismo e come si conosce la matematica delle tabelline. Perché questo paese non potrà cambiare finchè non avremo risolto il nostro problema principale, e cioè la criminalità organizzata. Criminalità che peraltro si annida come un germe in ognuno di noi, quando pensiamo di fare i furbi violando le regole, quando compiamo un sopruso nei confronti altrui, quando pensiamo che certe cose non siano gravi solo perchè le fanno tutti, quando la violenza non è tanto un modo di agire ma più subdolamente un modo di pensare.

La sera del 5 marzo ho sperato con tutto il cuore che qualcuno mi dicesse qual è la soluzione, qual è la via d’uscita. Ma l’unica cosa che ho percepito è stata l’indifferenza. Anche, e soprattutto, di una classe politica che raramente parla di criminalità organizzata, e che spesso tace perché con essa si confonde e amalgama troppo bene. Quello che i giornali riportano sulla mafia , e sulle indagini tra potere politico e potere criminale, dovrebbe adirarci tanto da scatenare una reazione sbalorditiva di massa, un furor di popolo. E invece non sconvolge mai, soprattutto qui al nord dove i soldi sporchi ci sono ma non si sente l’odore di bruciato, e dove ancora troppa gente (la maggioranza, viste le ultime elezioni regionali) crede in una distinzione manichea tra bene e male, dove al bene corrisponde la pianura padana e al male il profondo sud.



Oggi scrivo pensando che ho ventun anni e che non rinuncio alla speranza di vivere in un paese onesto, e che per questo obiettivo cercherò di fare tutti gli sforzi di cui sono capace.

“Credo che il dovere rivoluzionario dello scrittore sia scrivere bene […] Il romanzo ideale è un romanzo assolutamente libero, che non solo inquieta per il suo contenuto politico e sociale, ma anche per il suo potere di penetrazione nella realtà; e meglio ancora se è capace di rivoltare la realtà per mostrarne il rovescio”. Gabriel Garcia Marquez

martedì 19 marzo 2013

The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)

di Edoardo Marcarini


Che la musica negli ultimi anni stia attraversando il suo periodo più ristagnante e mercenario sta diventando opinione sempre più diffusa. Il pianoforte dei salottini è stato rivoltato su soffitto e pavimento in tutti i modi possibili e immaginabili, le etichette discografiche hanno spremuto, censurato e corrotto fino al midollo ogni stimolo creativo posteriore agli anni 60' e gli psicologi della musica si rannicchiano come avvoltoi su figurini di dubbia sessualità per plasmare il futuro prodotto da piazzare in vetrina e vendere. Lo stesso Wilson nel 2002 diede una catastrofica premonizione sul futuro della musica, che verrà "distribuita in pillole argento" (si veda la canzone "The sound of Muzack" dei Porcupine Tree dall'album "In Absentia"), tuttavia è proprio il prodotto delle meningi di Wilson a provare che c'è sempre chi va controcorrente e che si trova sempre qualcosa di creativo, nuovo e di un certo valore musicale, basta volerlo cercare.

Lasciando perdere i dati anagrafici, Steven Wilson è cantante, chitarrista, bassista, tastierista e tecnico audio (un tuttologo insomma) emerso come frontman della band progressive rock/metal Porcupine Tree, in cui canta, suona la chitarra, ma soprattutto compone. Lo stile della band è estremamente influenzato dal panorama degli anni 70', in particolare dai Pink Floyd da cui riprendono i pezzi lenti ma strutturati, la voce "calma", l'effettistica e i tappeti di tastiere, il tutto centrifugato con ingredienti squisitamente moderni, stacchi in stile Tool, controtempi e poliritmie. Il repertorio della band è notevole e ad oggi si costituisce di 10 album in studio (perlopiù concept album). Tuttavia parleremo di uno dei loro lavori ma dell'ultimo album composto dal frontman, il suo terzo album solista.

"The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)" è uno di quegli album che si possono definire "pieni": è pieno di significati e tematiche di svariata sensibilità, è armonicamente e ritmicamente vario, passa dalla sperimentazione jazz alle lacrime da ballad nel giro di tre pezzi e mette i brividi a primo ascolto. E' un album che sarebbe stato un capolavoro anche se registrato malamente in un bagno, stampato su banalissimi CD col titolo scritto con l'indelebile e distribuito ai concerti di una band di diciottenni. Se consideriamo che, a fronte di una grande qualità dei pezzi, la registrazione del disco e l'intero mixaggio sono stati diretti da un più che celebre Alan Parsons, il prodotto finale non può che far rizzare i capelli in testa a tutti i nostalgici di atmosfere prog. Circa 55 minuti di sorprese ed echi di mostri sacri del rock sintetizzati in sei soli pezzi.

L'album si apre con "Luminol" un brano estremamente vario che racchiude in sé il materiale per comporre un album intero. L'inizio è "cattivo", ma l'arrivo della chitarra coi suoi effetti e delle melodie jazzate del flauto spostano subito l'intenzione dal metal alla musica sperimentale. Nel giro di 4 minuti il pezzo è stravolto completamente e si svilupperà poi sulla linea già tracciata dai Genesis e dagli Yes, con chitarre dagli arpeggi aperti ed un basso voluminoso e tagliente, con l'aggiunta di cori a più voci che Wilson recupera, come da lui stesso dichiarato, dal folk-rock di Crosby, Stills, Nash & Young.
In seconda posizione piazza "Drive Home", un pezzo molto più calmo e rilassante. Il brano è una ballad ben strutturata che si apre con una chitarra alla Steve Hackett mantenendo atmosfere alla Pink Floyd (ma anche tipiche degli stessi Porcupine Tree), il tutto in un crescendo più emotivo che musicale che porta all'assolo di chitarra perfettamente in linea con quelli di David Gilmour.
Segue "The Holy Drinker" pezzo decisamente più sperimentale dell'album. Il sound è più giovane rispetto alla media dei pezzi e si sentono le influenze del progressive moderno dei Pain of Salvation e dei The Mars Volta, con toni più dissonanti e jazzati in atmosfere cupe in cui la chitarra si muove a suo piacimento seguendo anche brevi linee atonali. Sulle linee di basso rock trova spazio anche un notevole assolo di sax in stile Colosseum II.
"The Pin Drop" è forse la canzone più ambigua di tutta l'opera. L'apparentemente sereno arpeggio maggiore che accoglie l'ascoltatore è solo il velo illusorio che copre un pezzo di note malinconiche e tristi.
"The Watchmacker" è invece il più elaborato dei pezzi sul piano armonico. Ricco di citazioni, tocca melodie diabetiche contrapposte ad altre funeree. Si sentono di nuovo i Genesis e Pink Floyd soprattutto nell'introduzione mentre il flauto classicheggiante si sposta piano piano su note che ricordano i Jethro Tull. Rispetto alla consueta produzione wilsoniana sono qui concentrati assoli di un grande virtuosismo, lo stesso compositore si è limitato a "dirigere l'orchestra" e lasciare ad un più esperto Guthrie Govan l'esecuzione delle linee di chitarra.
Title track e pezzo conclusivo dell'album è "The Raven That Refused To sing" una ballad dal forte carico sentimentale da cui spiccano i temi della solitudine e della separazione, introdotti da uno sfondo musicale perfettamente coerente con quanto espresso dalle parole (il video musicale è molto suggestivo, non posso pubblicarlo perchè coperto da diritti ma lo trovate su youtube).

L'intero album è quindi un tributo al passato ma che guarda al futuro, in cui Wilson discioglie se stesso esponendo il suo lato più sentimentale, senza chiudere mai le porte a quello sperimentale.




mercoledì 13 marzo 2013

Momenti di INtrascurabile felicità

"Cosa è un momento di trascurabile felicità?
E' un modo di pensare alle cose della quotidianità, un modo di stare al mondo"
F. Piccolo 

"Possono esistere felicità trascurabili? E allora come chiamare quei piaceri intensi e volatili che punteggiano le nostre giornate, accendendone i minuti come fiammiferi nel buoi? Per folgorazioni e racconti, staffilate e storie, Francesco Piccolo compone un personale catalogo dell'allegria di vivere"



Il  verso di soddisfazione che emetti subito dopo aver bevuto una buona birra.

Un sorriso, una risata di un amico che ti mette di buon umore.

giovedì 7 febbraio 2013

"Margherita Dolcevita"

di Miriam Bonalumi

"Il mondo si divide in:
quelli che mangiano il cioccolato senza pane:
quelli che non riescono a mangiare il cioccolato
se non mangiano anche il pane;
quelli che non hanno il cioccolato
quelli che non hanno il pane."

(Dai detti celebri di Nonno Socrate)

("Margherita Dolcevita", pg.5.)

Titolo: "Margherita Dolcevita"
Autore: Stefano Benni
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Prima edizione ("I narratori"): Aprile 2005
Ultima edizione (Universale Economica Feltrinelli): gennaio 2013
Numero pagine: 206


Un volume che imbarazza, sin dalla pagina cartonata numero uno.
Preparatevi alle occhiate di superiore disprezzo degli altri altri pendolari: grazie alla ridente copertina, tutti vi guarderanno come se abbiate tra le mani l'ultimo numero de "La Pimpa".

Benni è così: si prende un pò gioco dei suoi lettori, li diverte, li intrattiente, senza preavviso li lascia sulle più irte spine.

 Una ragazzina cardiopatica e priva di peli sulla lingua, con un'immaginazione tanto fervida da confondere spesso realtà e fantasia, trascina il lettore nel suo mondo di personaggi divertentissimi, piccoli e grandi segreti, prati fioriti e pericoli incombenti.
Nel suo mondo fatato, qualcosa sta cambiando, nulla sarà più come prima, e il ridente gioco della vita si trasformerà in una lotta grandiosa...
Lo leggo...non lo leggo...lo leggo...non lo leggo...

"Se dubbio d'amor
Troppo ti è duolo
Scegli una margherita
Con un petalo solo."

mercoledì 6 febbraio 2013

Intervista all'autrice [#2]: Nadia Agustoni



di Vicky Rubini

Nadia Agustoni (1964, Bergamo) ha pubblicato per Gazebo Edizioni i seguenti libri di poesia: Grammatica
tempo ( 1994) , Miss Blues e altre poesie (1995), Icara o dell’aria ( 1998), Poesia di corpi e di
parole ( 2002), Quaderno di San Francisco (2004) e Dettato sulla geometria degli spazi ( 2006), Il
libro degli Haiku bianchi ( 2007) . Nel 2009 è uscito per “Le voci della luna” Taccuino nero.
Nel 2011 sono usciti Il peso di pianura per “LietoColle”, il Pulcinoelefante Il giorno era luce e la
plaquette Le parole non salvano le parole per i libri d’arte Seregn de la memoria.
Collabora a varie riviste ( QuiLibri, La mosca di Milano, L’area di Broca e altre) e a blog letterari.
E’ redattrice di LPELS “ la poesia e lo spirito”.
Sue poesie sono apparse nella riviste “Poesia” “Pagine”e in altre pubblicazioni.
Si è occupata in saggistica di Etty Hillesum, Elizabeth Bishop, Kazimiers Brandys, Cristina Annino,
Patrizia Cavalli, Gianna Manzini.
Un suo scritto è nel libro: “ Aurelio Chessa, il viandante dell’utopia” Biblioteca Panizzi ( 2007).
Vive e lavora a Bergamo.

L’Autrice si è resa (più) che disponibile a voler collaborare con un’intervista (ahimè) virtuale necessaria per poterla leggere con qualche riferimento in più. Abbiamo la fortuna di ospitare Nadia Agustoni.

V - Si è parlato ultimamente del tuo libro sulla realtà del lavoro in fabbrica, mi riferisco a “Taccuino
nero” Le voci della luna 2009, ma avevi già alla spalle sette libri pubblicati in cui parli di tutt’altro
e molto lavoro di saggistica, critica letteraria. Volevo quindi chiederti, come ti ha influenzato
lavorare in fabbrica rispetto allo scrivere?

A- Non mi ha influenzato, se non per il fatto che ho orari pesanti e quindi poco tempo. Quasi sempre
scrivo, prendo appunti o leggo nelle prime ore del mattino dalle tre alle cinque e poi vado al
lavoro. Nel farsi della scrittura invece sono libera; non mi sento vincolata ai temi del lavoro o a una
condizione. Quanto ho scritto fino ad ora può dare un’idea delle cose che mi interessano.

V - A volte nella tua poesia traspare una vena dolente, a volte usi l’invettiva, a volte c’è rabbia...
oppure usi la descrizione (penso ai paesaggi di Il peso di pianura l’ultimo libro pubblicato
nel 2011) ma leggendo attentamente si capisce che è un mondo che si muove, con squarci
improvvisi, interrogazioni, la tua è una poetica complessa, ma con un punto direi fondamentale,
è interrogativa. La domanda è al centro del tuo dire?

A- Sì, del mio dire e della mia ricerca. C’è l’interrogare il mondo, fin dalla superficie per trarne
insegnamento. Ovvio che la risposta arrivi poi da dentro, e nemmeno sembra risposta a volte.
Ma si risponde con la vita, in tanti modi. Tenere aperte sempre le domande è poi una pratica che
permette di verificare nel tempo e insieme andare più a fondo. Ogni volta si scava e la scoperta
vera è stata, almeno per me, che non c’è quello che chiamiamo buio, è sempre luce. Una luce
diversa che porta all’interiorità e ci fa guardare tutto da capo, ci fa scoprire lo stupore, la nostra
capacità di stupirci magari di cose cui non davamo importanza. E’ quello che chiamiamo buio a
sfidarci, e a mettere alla prova il coraggio.

V - Le Tue Prosa e Poesia, nel Taccuino, ci sono entrambe, una in appendice alla seconda; che
rapporto le lega, quali invece le differenze sostanziali ? Le hai usate anche prima?

A- Le ho usate varie volte, anche in “Icara o dell’aria”, anche se in modo un po' diverso. Non direi
che il discorso vada separato; nel Taccuino ho avuto il dubbio riguardo l’inserimento delle prose
finali; poi mi hanno consigliato di lasciarle lì. La cosa ha senso proprio perché sono collegate
al discorso, lo completano. Scegliere i propri strumenti non è semplice; decidere che un libro di
poesia contenga brani che apparentemente non sono poesia deve comportare una riflessione, ma
se leggi con attenzione ti accorgi che quella prosa è poesia.

V - La Poesia Ti aiuta a sostenere la vita della fabbrica? Funge un po’ da schermo protettivo o è
un punto di vista completamente diverso?

lunedì 4 febbraio 2013

Quentin come Stanley?

di Fabio Zoboli

Torno a scrivere qualche riga dopo un lungo silenzio e tento di farmi perdonare cimentandomi in un esperimento: l’analisi comparata di due film che apparentemente hanno ben poco da spartire, ma che il Caso ha voluto che vedessi a brevissima distanza l’uno dall’altro, sorprendendomi con analogie che non balzano all’occhio immediatamente. Il titolo dell’articolo è quindi provocatorio fino ad un certo punto; anche se i puristi del cinema inorridiranno, quello che mi appresto a proporvi è proprio un confronto tra Tarantino e Kubrick: giudicherete voi se sarò convincente o se si tratta piuttosto di un volo pindarico.
Ma veniamo al dunque: le pellicole che m’hanno acceso la lampadina sono state rispettivamente Django Unchained e Full Metal Jacket. La seconda è un classico di ogni cinefilo, datata 1987 ma sempre attualissima, nota anche da chi non ha avuto ancora il piacere di vederla per personaggi ormai diventati icone, come il sergente Hartman o il soldato Palla di Lardo. Django invece è l’ultima fatica di Tarantino, pertanto i dibattiti della critica sono tuttora in atto, anche perché lo stesso regista, già ai tempi dell’assegnazione della Palma d’Oro a Cannes per Pulp Fiction, aveva sostenuto: “Il mio cinema o si ama o si odia”.
Non voglio forzare la mano e trovare a tutti costi corrispondenze, ma l’aspetto più evidente è il carattere di denuncia sociale di queste due opere: da un lato la schiavitù e dall’altro l’addestramento militare e la guerra del Vietnam, temi che peraltro non sono mai mancati nella storia del cinema, ma che con questi due registi sono stati affrontati con una tagliente ironia, a tratti proprio un black humour, che li ha resi inconfondibili.
Altra somiglianza: la maniacale attenzione per i dialoghi, teatrali, a volte quasi surreali, ma sempre capaci di esaltare gli attori e catalizzare l’attenzione dello spettatore. Il tutto amalgamato dall’oculata scelta della colonna sonora, capace di smorzare o rimarcare il pathos a seconda delle esigenze precipue. E non è un caso che in queste settimane in testa alla Classifica Album iTunes si è insediata stabilmente proprio la Quentin Tarantino’s Django Unchained Soundtrack, che propone, tra gli altri, musiche di Ennio Morricone.

mercoledì 30 gennaio 2013

Intervista all'autrice: Chiara Dama Daino

[Francesco Mancin: "con grande onore e riverenza accolgo la Poetessa e ringrazio l'intervistatore per l'ottima idea e la magistrale esecuzione..."]


di Vicky Rubini

Abbiamo l’onore di avere nostra “ospite” Chiara Daino, Scrittrice, Autrice, Poetessa, Artista, Attrice,Cantante, Compositrice, ma soprattutto se stessa, sfuggevole ad ogni tipo di etichettatura. Si è resa più che disponibile per rispondere ad una breve intervista che riporto con orgoglio proprio qui sotto.


V -  Dama, introduciTi e introducici

D-«Mi presento: io/sono la tua vita/ sono quella che/ ti concerta in », «Hey, I’m your life/I’m the one who takes you there». E col Triste Vero principia, Metallica, l’introdursi: Chiara Daino, meglio conosciuta con il patronimico di Dama [femmina del Daino], è sbucciata dall’utero il 5 marzo 1981. Segni particolari: Pesci. Palco, Parola, Pentagramma. La Dama alterna attività autoriale [drammaturgia, prosa, versi, lyrics, fiabe] all’atto attoriale [atti unici, seminari, reading].
Brutalmente scaraventata da un perverso promotore del Poetancien Régime nel merdaviglioso ambiente delle Patrie Lettere, opera una personale azione di disturbo – opponendo borchie tenaci [Cultura Heavy Metal che la anima e la sostiene] ai tralci bucolici [Coltura dell’Arcadico Vezzo]. Dondolando sulla terribile U di Tarchettiana memoria, rifiuta ogni etichetta, specie quella di hobbysta giacché il suo Mestiere è questo: Microbo farmacoresistente.
La Dama si inocula, con effetto Larsen e muraglia di Marshall, nel tessuto adiposo dell’italia perché sia nuovamente Italia, e per affrettare l’Alba.
La natura coleretica della Dama è rimessa nei reflussi gastroesofagei dei suoi corpi cartacei [libri], dei suoi gesti tripartiti [collaborazioni], dei suoi growl migliori [palchi].
Attualmente latitante, si vocifera che sobilli masse di Rocker e di Metalhead per sterminare la massa dei poetanti paupulanti, degli artigiani fintamente umili, dei creativi a tempo perso, e di tutti quei buonisti non buoni, salutisti non sani.
Fedina penale, che altri chiamano curriculum vitae: http://www.chiaradaino.it/curriculum.asp
   
V- Qual è il senso, quale il valore di un nome d’arte? E perché Dama?

martedì 22 gennaio 2013

Vogliamo vivere!

di Edoardo Marcarini



Oggi vorrei condividere con voi un pezzettino di storia del cinema, di cui non so assolutamente nulla, ma che è stato proposto al corso di cinema, che frequento a scuola, del professor Bruno Fornara (so che tutti speravano in un articolo su Emilio Fede ma dovrete aspettare).
Il film "Vogliamo vivere", in inglese "To be or not to be", è una commedia del regista tedesco Ernst Lubitsch, prodotta negli Stati Uniti. La pungente satira colpisce lo spettatore fin dai primi minuti, quando una compagnia teatrale di Varsavia è ripresa durante le riprese di uno spettacolo satirico su Hitler. Sarà anche stato pubblicato negli Stati Uniti, ma pensare che l'anno di uscita è il 1942, cioè piena guerra, fa riflettere su un paio di cose. Innanzi tutto sull'identità dell'artista, che non tace nonostante le circostanze, e l'importanza dell'opera che dipinge in maniera grottesca la realtà che si stava vivendo in quel periodo, senza lasciare vie di fuga ai molti che, a guerra conclusa, si giustificarono sostenendo che i campi di concentramento erano una realtà nascosta ai più, il popolo non ne sapeva nulla.
Buona visione (consiglio la lingua originale).

Film in italiano:

Film in inglese(americano):

(Non conosco siti per guardare film in streaming, se ne conosceste di più sicuri e trovaste il film, liberi di modificare o aggiungere)


giovedì 27 dicembre 2012

Moby Dick


di Francesca Introna
Ci sono libri che hanno valore per tutti i tempi storici, che trasmettono qualcosa indipendentemente dal luogo e dalla data di nascita del lettore. Questa è la caratteristica che li rende classsici. Un caso è Moby dick di Herman Melville, opera molto conosciuta ma poco letta. Il che è un peccato, perché colui che avrà il coraggio di affrontare le sue numerose pagine ci potrà trovare un intero mondo. Innanzitutto dal punto di vista dello stile: teoricamente è classificato come romanzo, ma ha interi capitoli che sono teatrali e altri saggistica, mentre certe pagine sono poesia in prosa.
Ma veniamo al contenuto. Il senso ultimo di questo libro –e il motivo per cui lo consiglio- è racchiuso in una tragedia, quella del capitano Achab. Egli insegue la balena bianca per tutta la sua vita, ed è un inseguimento che lo acceca e che lo costringe alla privazione e alla solitudine. La caccia a Moby Dick è furiosa e illogica, e necessariamente lo porterà alla rovina. E Melville, forse ispirandosi all’ antica tragedia greca, costruisce un personaggio capace di rendersi conto della vacuità della sua ossessione, ma incapace di scegliere una strada diversa, perché dalla balena è attirato e posseduto, come da una forza oscura.

È chiara allora la perenne attualità di questo romanzo. Ognuno di noi ha il suo demone: l’eterna giovinezza, il denaro, il potere, la virtù immacolata, l’apparenza. Ma niente di tutto questo vale. Niente conta, se non lo sguardo degli altri, la loro compagnia. Solo l’amore ha senso in questo mondo, solo la felicità che le persone ci regalano ogni giorno. “Moby Dick” ci ricorda che l’unica cosa da temere per davvero è la solitudine, e l’unica cosa da inseguire è il suo contrario. Il resto può continuare a nuotare nell’oceano, senza bisogno dei nostri affanni.
“ Achab si volse.
- Starbuck!
- Signore!
- Oh, Starbuck, è un vento dolce dolce, e un cielo dall’aspetto dolcissimo. In un giorno simile, di altrettanta dolcezza, ho colpito la mia prima balena: ramponiere a diciott’anni! Quaranta, quaranta, quarant’anni fa! Quarant’anni di caccia continua. Quarant’anni di privazioni, di pericoli, di tempeste! Quarant’anni sul mare spietato! Per quarant’anni Achab ha abbandonato la terra tranquilla, per quarant’anni ha combattuto sugli orrori dell’abisso! Proprio così, Starbuck; di questi quarant’anni non ne ho passati a terra tre. Quando penso a questa vita che ho fatto, alla desolazione di solitudine che è stata, all’isolamento da città murata di un capitano, che non ammette che ben poche di quelle simpatie della verde campagna esterna..oh stanchezza!oh peso! Schiavitù africana di comando solitario!...quando penso a tutto questo, sinora soltanto sospettato, non mai veduto così chiaro, e come per quarant’anni non ho mangiato che cibo secco salato, giusto emblema dell’asciutto nutrimento della mia anima! Mente il più povero uomo di terra ha avuto frutta fresca quotidiana e ha spezzato il pane fresco del mondo, invece delle mie croste muffose…lontano, lontano
 oceani interi da quella mia moglie bambina che ho sposato dopo i cinquanta, mettendo la vela il giorno dopo al Capo Horn e non lasciando nel letto nunziale che un’infossatura…moglie? Moglie? Vedova piuttosto, col marito ancor vivo! Sì, quando ho sposato quella povera ragazza io l’ho resa vedova, Starbuck.

mercoledì 26 dicembre 2012

Carnage [CineRubrica]

...la cura contro l'indigestione da cinepanettoni...
di Fabio Zoboli

Un appartamento e quattro attori, non uno di più.
È quanto basta a Roman Polanski per girare la sua ultima fatica, Carnage.
Il regista premio Oscar per Il pianista non delude neanche questa volta. Certo, non si tratta di un film di denuncia, ma questa commedia risulta ugualmente tagliente, smascherando l'ipocrisia del perbenismo borghese e mettendo a nudo la vera natura umana: “Homo homini lupus” sembra essere il messaggio lasciato allo spettatore, utilizzando la calzante espressione coniata già nel Seicento dal filosofo Thomas Hobbes.
In quest'opera cinematografica non c'è il rischio di rovinare la trama: non è nient’altro che una lunga conversazione, che copre l'intera durata della pellicola, tra coppie di genitori di due figli preadolescenti i quali, in una rissa nel doposcuola, recitano le parti di “vittima” e “carnefice”. Un dualismo che dapprima non viene accettato dalle famiglie, che tentano di mediare il comportamento dei propri pargoli, ma ben presto si scardina diplomazia e bon ton; ciò che emerge dalla diatriba è un’unica convinzione: esiste solo il Dio del massacro. È così infatti che s'intitola l'opera teatrale di Yasmina Reza da cui è tratto l’adattamento per il grande schermo. Definita da qualcuno “claustrofobica” perché ostinatamente girata in poche stanze dagli stessi quattro personaggi, a mio parere la pellicola risulta essere un ottimo esempio di psicologia relazionale, con attori di spessore (Jodie Foster e Kate Winslet non hanno bisogno di presentazioni), un Christoph Waltz fresco vincitore dell’Oscar come attore non protagonista in Bastardi senza gloria e un meno noto ma perfettamente azzeccato John C. Reilly: solo con la loro recitazione, mai eccessivamente melodrammatica, tengono le fila delle vicende.
Che dire, se siete amanti dell'azione e delle trame intricate, lasciate ogni speranza… Ma per chi vuol passare delle feste lontano dai cinepanettoni, eccovi servito un interessante spunto per mettere a soqquadro il torpore dei pranzi natalizi.

martedì 11 dicembre 2012

Qualcuno volò sul nido del cuculo

di Edoardo Marcarini

"Ma credete veramente di essere pazzi? Davvero? Invece no, voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io!"

Uno dei grandi capolavori di Milos Forman (regista anche di "Hair" e "Amadeus"), e probabilmente il primo film a muovere una critica nei confonti del trattamento inumano dei pazienti negli ospedali psichiatrici americani, dove paura, minacce e metodi barbari alimentavano un disagio già forte per la malattia.
Il film, ispiratosi all'omonimo libro di Ken Kesey, racconta la storia di Randle Patrick McMurphy, probabile criminale, egregiamente interpretato da Jack Nicholson,  trattenuto in un ospedale psichiatrico per verificare l'effettiva presenza di una malattia mentale. Entrando in contatto con i singolari pazienti, e portandoli in situazioni più o meno bizzarre, ci offre un'ampia panoramica sulle modalità di relazione e di punizione in questo particolare ambiente, mettendo a fuoco temi come i diritti dell'individuo, l'intolleranza etnica e in particolar modo la "tortura", nemmeno troppo fra virgolette, del malato (elettroshock e lobotomia).
Il titolo ha poco valore in italiano, l'originale "One flew over the cuckoo's nest", gioca sull'ambivalenza della parola cuckoo, che in inglese vuol dire in senso traslato "pazzo". Il titolo ha quindi un significato più coerente col film, potendo essere tradotto anche con "Qualcuno diventò pazzo". Inoltre lo sconvolgimento causato dall'arrivo di McMurphy nell'ospedale è paragonabile a quello provocato dalla schiusura delle uova di cuculo, uccello che le depone nei nidi di altri volatili, portando i "genitori adottivi" a nutrirlo a ad occuparsi di lui.
Il film ha riscosso un enorme successo, ed è considerato uno dei migliori film di sempre, ottenendo più di trenta riconoscimenti tra cui i cinque oscar principali (miglior film, regista, attore, attrice, sceneggiatura non originale).
 Il tema trattato riguarda anche molto da vicino l'italia, che dal 1996 ha chiuso tutti gli ospedali psichiatrici, preferndo un approccio più valorizzante per la persona, sostituendoli con centri diurni e notturni, comunità, dove alla cura medica si affianca una corrispondenza umana.
Tornando alla pellicola, la grande capacità degli attori, Nicholson in primis ma anche gli emergenti Doc di "Ritorno al futuro", Grima Vermilinguo de "Il signore degli anelli" e un giovane Danny DeVito, la curata trama, la ricchezza di significati e la capacità del film di tenere lo spettatore incollato al televisore fino alla fine, la rendono un'obbligata presenza sulle mensole di tutti i cinefili e non.
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giovedì 6 dicembre 2012

L'Italia Spensierata

di Miriam Bonalumi


"Lei mi ha guardato come si guardano i bambini,

mi ha chiesto se sapevo dov'erano i grissini,
vedendomi perplesso di scatto s'è voltata  
e in men che non si dica
  l'Italia se n'è andata...

(Mercanti di Liquore, "L'Italia")

 Titolo: "L'Italia Spensierata" (pg.183)
Autore "Francesco Piccolo"
Edizione: Editori Laterza (Collana "Contromano")
Prima edizione: Gennaio 2007

Pedali su una bicicletta affittata per pochi spiccioli in una via ciottolata di una città bella ma poco importante.
Ti volti e  Lui è lì.
 Il libro che avresti sempre voluto leggere, il libro che rafforza quelle idee che pensavi fossero inutili pignolerie, subdolo senso di superiorità di cui tanto volentieri vorresti sbarazzarti. 

Ecco a voi il libro di un semi-sconosciuto qualunque che sostiene la tesi che regge gran parte delle mie convinzioni sociali: ci sono tantissime cose che fai, anche se non hai voglia, perchè sai che gli altri attorno a te hanno voglia di farle.  Perchè sai che alla gente quella cosa che tu trovi tremendamente insopportabile fondamentalmente piace, e te la fai piacere.
Non vuoi certo fare la figura dello stronzo, tanto lo sai che "alla fine ti diverti pure tu".

Ci sono cose che detesto, ma agli altri piacciono: andare da McDonald's, fiondarmi in un locale con la musica metal a paletta, trascorrere un pomeriggio in qualche negozio alla ricerca della soddisfazione che non trovo. Non lì.

Ho sempre, inguenuamente pensato di essere l'unica che sperimenta il triste compromesso fino al giorno in cui ho iniziato a leggere "L'Italia spensierata" di Francesco Piccolo...

"Io mi sono sempre sentito DIVERSO da quelli che guardano "Domenica In" o "Natale a Miami" o si infilano negli ingorghi delle vacanze. è tutta la vita che mi baso su tali certezze. Poi queste certezze hanno cominciato a vacillare" (F. Piccolo)

“Tutta la mia vita è stata un elastico tra la coscienza e l’abbandono. Tra la capacità di ragionare su quello che vedo e la volontà di perdermi nella partecipazione”. (F. Piccolo)

mercoledì 21 novembre 2012

Venuto al Mondo

di Fabio Zoboli
Non era facile creare un connubio armonioso tra temi complessi e meritevoli di un adeguato spazio, ma posso affermare che in Venuto al mondo l'impresa è riuscita.
Tratto dall'omonimo libro di Margaret Mazzantini e diretto dal marito Sergio Castellitto, nella pellicola recita anche il figlio del regista nel ruolo di Pietro, ragazzo italiano nato a Sarajevo “per sbaglio”, come lui stesso si definisce, nel pieno della ribellione giovanile e con la volontà di capire quale sia il suo passato e la sua reale identità; ma questo è solo un aspetto dell’approfondita caratterizzazione psicologica dei personaggi. Il film sviscera soprattutto le dinamiche affettive di una donna romana, Gemma, impersonata da una superlativa Penelope Cruz (non mi stupirei se l'interpretazione fosse insignita di un riconoscimento cinematografico) e il suo desiderio di maternità che si scontra con l’impietosa notizia della sterilità. Cruciale è anche la sua travagliata relazione con un fotografo americano, Diego, eccentrico e sognatore, conosciuto in Bosnia, insieme ad un gruppo di autoctoni che diverranno figure indelebilmente legate a Gemma. La soluzione del concepimento tramite una di queste ragazze bosniache è l’emblema del vincolo sentimentale con questa terra, dapprima una regione della Jugoslavia nel pieno della crescita e dello sviluppo, come dimostrato dall'edizione delle Olimpiadi Invernali 1984 tenutesi proprio a Sarajevo, ma improvvisamente sconvolta dal precipitare degli eventi: la dichiarazione d’indipendenza, la guerra, l'assedio della città, la pulizia etnica, i crimini commessi dalle truppe serbe.
Contraddistinta da un ritmo intenso, serrato, senza disdegnare uno sguardo attento alla psiche dei personaggi, l’opera non cade mai nel melodramma, nonostante i temi siano forti e il pathos palpabile: gli abusi subiti dalla donna che ha partorito un figlio che non vedrà crescere, le vittime dei bombardamenti, il dramma interiore e le scelte di Diego che verranno comprese solo nel finale…
Per questo mi sento di consigliare il film: senza retorica si propone semplicemente di raccontare una storia di vita, complicata ma non per questo artificiosa, in un contesto vicino geograficamente e temporalmente. E senza schierarsi apertamente lascia comunque un segno nello spettatore, che se ne torna a casa turbato al punto giusto.

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