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martedì 18 febbraio 2014

Dallas buyers club



di Fabio Zoboli

Intenso e attuale, ma forse proprio per questo pericoloso.
Così si può riassumere il film di Jean-Marc Vallée, interpretato dal candidato all'Oscar come miglior attore 2014 Matthew McConaughey. Una statuetta che meriterebbe senz'altro per la perizia con cui ha rappresentato il suo personaggio, un cowboy texano del 1985, omofobo e vizioso, a cui diagnosticano l'AIDS, con una prognosi di appena 30 giorni di vita. Pregevole la cura di ogni minimo dettaglio: dal vestiario all'aspetto fisico, con un graduale dimagrimento che rende ancora più realistica la progressione della malattia.
   Ma veniamo alla trama, tratta dalla storia vera di Ron Woodroof: la lotta contro la morte da un lato e la FDA americana dall'altro, per utilizzare trattamenti non approvati e non commercializzati negli Stati Uniti, al fine di posticipare l'inevitabile exitus che sopraggiunge dopo 7 anni dall'iniziale diagnosi. Encomiabile il cambiamento di carattere del protagonista, che da rozzo donnaiolo dedito all'alcolismo e all'abuso di cocaina, subisce la stigmatizzazione dei suoi amici e colleghi a causa dell'infezione che in quegli anni veniva considerata appannaggio solo di omosessuali ed eroinomani e si avvicina proprio ad un membro di quella comunità che fino a quel momento aveva disprezzato: un transessuale altrettanto sieropositivo, interpretato dal candidato all'Oscar come migliore attore non protagonista, Jared Leto. La catarsi di Ron in realtà inizia al solo scopo di lucro, ossia tentare di vendere medicine alternative ai pazienti malati di AIDS, a cui il sistema sanitario americano proponeva solo la sperimentazione del primo farmaco antiretrovirale, nonché il più discusso: l'AZT.

giovedì 30 gennaio 2014

Hannah Arendt, il film che racconta l’essenza del male del Novecento

di Francesco Mancin

Hannah Arendt è il titolo del film che quest'anno è stato proiettato in diverse sale aderenti su tutto il territorio nazionale, per celebrare la Giornata della Memoria del 27 Gennaio. E' la brillante, nitida e veritiera rappresentazione di quel che successe alla filosofa in seguito all'arresto del gerarca nazista Adolf Eichmann.
Eichmann durante il periodo nel quale avvennero i fatti della Shoah si occupò del trasporto nei campi di concentramento e sterminio, del trasferimento tra un campo ed un altro e dell'organizzazione logistica di tutto quel capitale umano che fu sterminato secondo le direttive di Heinrich Himmler. 
Come sintetizza Rai Edu-Filosofia: "Inizia a Gerusalemme il processo ad Adolf Eichmann. E’ la prima volta che un criminale nazista viene giudicato da una corte in Israele. Nel corso del processo, uno dei maggiori responsabili dell’Olocausto ammetterà solo "la responsabilità di aver eseguito ordini come qualunque soldato avrebbe dovuto fare durante una guerra". E’ il suo atteggiamento durante le udienze a ispirare ad Hannah Arendt l’opera sulla banalità del male come prodotto di una organizzazione burocratica e dell’acquiescenza degli individui".Il film affronta appunto le pesanti vicende interiori, sociali, familiari e politiche che attraversano e spezzano la vita della Arendt, con la grande capacità da parte della regista Margarethe von Trotta di non procedere nell'esposizione attraverso l'uso di quella facile retorica che spesso circonda questi argomenti e di esplorare le implicazioni e le conseguenze etiche ed emotive della filosofa, equilibrando con sapienza i flashbacks della tormentata relazione col mentore e amante presunto filo-nazista Martin Heiddeger e la scoperta da parte dello spettatore di profonde ferite nell'identità e nella coerenza del popolo ebraico quanto (e attraverso) la Arendt stessa.
Come accade per la preparazione di un buon piatto tradizionale il film presenta con originalità tutti gli ingredienti più genuini:

martedì 23 luglio 2013

To The Wonder [Articolo # 500!]

di Fabio Zoboli
“Chi non compie delle scelte, non può essere perdonato”.
Sembra essere questo il messaggio di Terrence Malick, un regista che già nel precedente The Tree of Life aveva posto le basi per uno stile nuovo e peculiare delle sue pellicole, popolate di immagini più che di azioni, intrise di silenzi più che di dialoghi. E il parallelismo tra l'amore di una coppia e l'amore di Dio verso l'uomo (soprattutto verso chi dovrebbe essere più predisposto ad accoglierlo, come un sacerdote) apre una prospettiva in grado di superare i clichè a cui siamo assuefatti: nessuna relazione è facile e perfetta, come spesso la cinematografia ci lascia credere.
Il piacere, la complicità, la lussuria, anche il rapporto più autentico, nel giro di due anni, come proposto nel film, possono scemare. E come ci insegna la quotidianità non sarà semplicemente una fiamma che si spegne, sarà piuttosto un lento susseguirsi di momenti di riavvicinamento e di incomprensioni, di passione e di litigi, di tenerezza e di indifferenza. Una prospettiva desolante e avvilente, che rende l'uomo un puntino insignificante all'interno di un disegno più grande, spesso incomprensibile. E forse è proprio per questo che il regista dà risalto maggiormente alla Natura, con i suoi paesaggi mozzafiato, le sue albe e tramonti: è grazie a questa carica emotiva che possiamo superare il peso dei silenzi e di inquadrature in cui sembra che la felicità sia effimera e transitoria, pronta a lasciar spazio alla scena successiva in cui di nuovo la solitudine prende il sopravvento.
Il messaggio del cineasta può non essere condiviso e soprattutto non essere compreso a pieno (tanto che, per la prima volta, mi è capitato di vedere uno spettatore abbandonare la sala, visibilmente annoiato, neanche a metà film), ma non lascia indifferenti coloro che provino a riflettere e a lasciarsi trasportare da quella che potrei definire un'eccezionale semeiotica del sentimento più abusato nella storia del cinema: l'Amore. Con la lettera maiuscola perché non si tratta del consueto tentativo macchiettistico delle commedie nostrane o, ancora peggio, hollywoodiane, di descriverlo come sentimento puro, immutabile, facile da raggiungere. L'amore di Malick, e credo di tutti noi, è complicato: nasce grazie a tutta una serie di coincidenze e tasselli che devono combaciare perfettamente, per evitare che la prima scossa di terremoto, il primo colpo di vento, la prima onda sul bagnasciuga, che non aspettano altro che sovvertirlo, siano capaci di farti riconsiderare l'insieme e insinuarti il dubbio che ci siano dei pezzi mancanti.
Per riassumere brevemente la trama, solo abbozzata e volutamente bistrattata dal regista, le due donne con cui ha una relazione il protagonista Neil (Ben Affleck), hanno un passato tutt’altro che semplice: la prima è madre di una figlia di dieci anni, nata da un precedente matrimonio consumatosi precocemente, sia per la giovane età che per la durata della passione; anche la seconda ha lasciato il marito, dedito all'alcolismo e capace solo di scialacquare il patrimonio familiare, e ha ritrovato la serenità solo gettandosi tra le braccia dell’amico d'infanzia. Entrambe sembrano trovare in quest'uomo di poche parole, ma affascinante e premuroso, la soluzione ai loro problemi, che risultano essere però troppo radicati e che si scontrano con la stessa insoddisfazione di Neil che da aspirante scrittore si ritrova a svolgere la mansione di tecnico specializzato in inquinamento ambientale. E come se allo spettatore non bastasse, Malick affonda il colpo anche sulla religione, proponendo la figura di un prete che dispensa parole di saggezza in cui lui stesso non crede più, domandandosi continuamente perché si sia lasciato sfuggire le convinzioni del passato.
Ecco allora che la frase che ho scelto come incipit, tra le tante recitate dalle numerose voci fuori campo dei personaggi nelle rispettive lingue natie (francese, spagnolo, inglese, italiano), assume un significato di speranza: sebbene la ricerca della felicità sia difficile, sebbene l'amore sia controverso, solo chi ha il coraggio di scegliere e impegnarsi ha la possibilità di salvarsi da questo mondo che sentimentalmente è sempre pronto a mettere il proverbiale bastone fra le ruote, a rovinare i momenti migliori, a trasformare ciò che vorremmo fosse immutabile.
Tutto sommato, se a far da sfondo alle vicende umane troviamo una fotografia spettacolare come quella di To the Wonder, perché dovremmo smettere di crederci e lottare, Fino alla Meraviglia?

mercoledì 5 giugno 2013

Il Grande Gatsby

di Fabio Zoboli
Dopo un’attenta analisi di quali novità cinematografica valesse la pena visionare e dopo una serie di trailer tutt'altro che incoraggianti, urge una premessa doverosa: il mondo del cinema non sa più dove sbattere la testa. Tra un sequel, un prequel, un remake o l'ennesimo improbabile film apocalittico di pseudofantascienza (il solo pensiero di includere pellicole scadenti nello stesso genere dei grandi miti del passato come Blade Runner mi fa accapponare la pelle), la fantasia pare aver esaurito da tempo l'antico splendore. Per non parlare poi della riproposizione sul grande schermo dei classici Disney in versione remastered... come se non ci bastasse vedere Balto ripresentato in tv ad ogni Natale! Ma dato che non posso limitarmi a criticare il panorama artistico-culturale per tutta la recensione, ho scelto quale sarà l'argomento di oggi: un tentativo, se non altro coraggioso, di rivedere in una luce contemporanea un film del passato.

Il Grande Gatsby probabilmente sarà un titolo che ai giovani non evocherà alcun ricordo, ma provate a chiedere ai vostri genitori se non richiama alla mente un certo Robert Redford e una tale Mia Farrow; e magari scoprirete, come ho potuto constatare in prima persona con immane stupore, che nella vostra libreria di casa è stato conservato gelosamente anche il vinile con la colonna sonora, datata 1974! Ma altrettanto probabilmente le generazioni che ci precedono non vedrebbero di buon occhio l'odierna opera di Baz Luhrmann, un regista che si ama o si odia e che ha già abituato il pubblico ad uno stile insolito e provocatorio; infatti anche nelle sue precedenti fatiche, Romeo+Juliet e Moulin Rouge, ciò che colpisce è la vivacità dei colori, la frenesia dei ritmi, la rapidità con cui la macchina da presa si sposta da una scena all'altra… peculiarità che non sono gradite a tutti!

Anche in questo caso il cineasta conserva intatto il suo stile, ma mi dissocio da chi pensa che strida con l'ambientazione del 1922 o che lo sfarzo e la teatralità siano fini a se stessi: tutt'altro. La capacità di fotografare un'epoca senza rendere la pellicola noiosa e soprattutto senza uscire dai binari della storia dei protagonisti non era impresa semplice, ma credo che l'obiettivo sia stato raggiunto egregiamente. Anche perché la seconda parte, decisamente più drammatica, propone un ritmo meno incalzante e atmosfere più cupe, a rimarcare una visione nient’affatto manichea del mondo; anche i singoli personaggi sono intrisi di vizi e virtù, che li rendono costantemente ambigui e sfaccettati, mai semplici macchiette o col ruolo predefinito di eroi o antagonisti, discostandosi dai canoni fiabeschi di Propp che molto spesso il cinema ci propina.
Detto questo, la sceneggiatura non prevede clamorosi colpi di scena e senza voler svelare troppo la trama, lo spettatore capisce ben presto che non si tratta di una commedia romantica ma piuttosto di una complicata storia d'amore che trova analogie con la tragedia shakespeariana con cui Luhrmann si era già confrontato agli esordi della sua carriera.

lunedì 4 febbraio 2013

Quentin come Stanley?

di Fabio Zoboli

Torno a scrivere qualche riga dopo un lungo silenzio e tento di farmi perdonare cimentandomi in un esperimento: l’analisi comparata di due film che apparentemente hanno ben poco da spartire, ma che il Caso ha voluto che vedessi a brevissima distanza l’uno dall’altro, sorprendendomi con analogie che non balzano all’occhio immediatamente. Il titolo dell’articolo è quindi provocatorio fino ad un certo punto; anche se i puristi del cinema inorridiranno, quello che mi appresto a proporvi è proprio un confronto tra Tarantino e Kubrick: giudicherete voi se sarò convincente o se si tratta piuttosto di un volo pindarico.
Ma veniamo al dunque: le pellicole che m’hanno acceso la lampadina sono state rispettivamente Django Unchained e Full Metal Jacket. La seconda è un classico di ogni cinefilo, datata 1987 ma sempre attualissima, nota anche da chi non ha avuto ancora il piacere di vederla per personaggi ormai diventati icone, come il sergente Hartman o il soldato Palla di Lardo. Django invece è l’ultima fatica di Tarantino, pertanto i dibattiti della critica sono tuttora in atto, anche perché lo stesso regista, già ai tempi dell’assegnazione della Palma d’Oro a Cannes per Pulp Fiction, aveva sostenuto: “Il mio cinema o si ama o si odia”.
Non voglio forzare la mano e trovare a tutti costi corrispondenze, ma l’aspetto più evidente è il carattere di denuncia sociale di queste due opere: da un lato la schiavitù e dall’altro l’addestramento militare e la guerra del Vietnam, temi che peraltro non sono mai mancati nella storia del cinema, ma che con questi due registi sono stati affrontati con una tagliente ironia, a tratti proprio un black humour, che li ha resi inconfondibili.
Altra somiglianza: la maniacale attenzione per i dialoghi, teatrali, a volte quasi surreali, ma sempre capaci di esaltare gli attori e catalizzare l’attenzione dello spettatore. Il tutto amalgamato dall’oculata scelta della colonna sonora, capace di smorzare o rimarcare il pathos a seconda delle esigenze precipue. E non è un caso che in queste settimane in testa alla Classifica Album iTunes si è insediata stabilmente proprio la Quentin Tarantino’s Django Unchained Soundtrack, che propone, tra gli altri, musiche di Ennio Morricone.

martedì 22 gennaio 2013

Vogliamo vivere!

di Edoardo Marcarini



Oggi vorrei condividere con voi un pezzettino di storia del cinema, di cui non so assolutamente nulla, ma che è stato proposto al corso di cinema, che frequento a scuola, del professor Bruno Fornara (so che tutti speravano in un articolo su Emilio Fede ma dovrete aspettare).
Il film "Vogliamo vivere", in inglese "To be or not to be", è una commedia del regista tedesco Ernst Lubitsch, prodotta negli Stati Uniti. La pungente satira colpisce lo spettatore fin dai primi minuti, quando una compagnia teatrale di Varsavia è ripresa durante le riprese di uno spettacolo satirico su Hitler. Sarà anche stato pubblicato negli Stati Uniti, ma pensare che l'anno di uscita è il 1942, cioè piena guerra, fa riflettere su un paio di cose. Innanzi tutto sull'identità dell'artista, che non tace nonostante le circostanze, e l'importanza dell'opera che dipinge in maniera grottesca la realtà che si stava vivendo in quel periodo, senza lasciare vie di fuga ai molti che, a guerra conclusa, si giustificarono sostenendo che i campi di concentramento erano una realtà nascosta ai più, il popolo non ne sapeva nulla.
Buona visione (consiglio la lingua originale).

Film in italiano:

Film in inglese(americano):

(Non conosco siti per guardare film in streaming, se ne conosceste di più sicuri e trovaste il film, liberi di modificare o aggiungere)


mercoledì 26 dicembre 2012

Carnage [CineRubrica]

...la cura contro l'indigestione da cinepanettoni...
di Fabio Zoboli

Un appartamento e quattro attori, non uno di più.
È quanto basta a Roman Polanski per girare la sua ultima fatica, Carnage.
Il regista premio Oscar per Il pianista non delude neanche questa volta. Certo, non si tratta di un film di denuncia, ma questa commedia risulta ugualmente tagliente, smascherando l'ipocrisia del perbenismo borghese e mettendo a nudo la vera natura umana: “Homo homini lupus” sembra essere il messaggio lasciato allo spettatore, utilizzando la calzante espressione coniata già nel Seicento dal filosofo Thomas Hobbes.
In quest'opera cinematografica non c'è il rischio di rovinare la trama: non è nient’altro che una lunga conversazione, che copre l'intera durata della pellicola, tra coppie di genitori di due figli preadolescenti i quali, in una rissa nel doposcuola, recitano le parti di “vittima” e “carnefice”. Un dualismo che dapprima non viene accettato dalle famiglie, che tentano di mediare il comportamento dei propri pargoli, ma ben presto si scardina diplomazia e bon ton; ciò che emerge dalla diatriba è un’unica convinzione: esiste solo il Dio del massacro. È così infatti che s'intitola l'opera teatrale di Yasmina Reza da cui è tratto l’adattamento per il grande schermo. Definita da qualcuno “claustrofobica” perché ostinatamente girata in poche stanze dagli stessi quattro personaggi, a mio parere la pellicola risulta essere un ottimo esempio di psicologia relazionale, con attori di spessore (Jodie Foster e Kate Winslet non hanno bisogno di presentazioni), un Christoph Waltz fresco vincitore dell’Oscar come attore non protagonista in Bastardi senza gloria e un meno noto ma perfettamente azzeccato John C. Reilly: solo con la loro recitazione, mai eccessivamente melodrammatica, tengono le fila delle vicende.
Che dire, se siete amanti dell'azione e delle trame intricate, lasciate ogni speranza… Ma per chi vuol passare delle feste lontano dai cinepanettoni, eccovi servito un interessante spunto per mettere a soqquadro il torpore dei pranzi natalizi.

martedì 11 dicembre 2012

Qualcuno volò sul nido del cuculo

di Edoardo Marcarini

"Ma credete veramente di essere pazzi? Davvero? Invece no, voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io!"

Uno dei grandi capolavori di Milos Forman (regista anche di "Hair" e "Amadeus"), e probabilmente il primo film a muovere una critica nei confonti del trattamento inumano dei pazienti negli ospedali psichiatrici americani, dove paura, minacce e metodi barbari alimentavano un disagio già forte per la malattia.
Il film, ispiratosi all'omonimo libro di Ken Kesey, racconta la storia di Randle Patrick McMurphy, probabile criminale, egregiamente interpretato da Jack Nicholson,  trattenuto in un ospedale psichiatrico per verificare l'effettiva presenza di una malattia mentale. Entrando in contatto con i singolari pazienti, e portandoli in situazioni più o meno bizzarre, ci offre un'ampia panoramica sulle modalità di relazione e di punizione in questo particolare ambiente, mettendo a fuoco temi come i diritti dell'individuo, l'intolleranza etnica e in particolar modo la "tortura", nemmeno troppo fra virgolette, del malato (elettroshock e lobotomia).
Il titolo ha poco valore in italiano, l'originale "One flew over the cuckoo's nest", gioca sull'ambivalenza della parola cuckoo, che in inglese vuol dire in senso traslato "pazzo". Il titolo ha quindi un significato più coerente col film, potendo essere tradotto anche con "Qualcuno diventò pazzo". Inoltre lo sconvolgimento causato dall'arrivo di McMurphy nell'ospedale è paragonabile a quello provocato dalla schiusura delle uova di cuculo, uccello che le depone nei nidi di altri volatili, portando i "genitori adottivi" a nutrirlo a ad occuparsi di lui.
Il film ha riscosso un enorme successo, ed è considerato uno dei migliori film di sempre, ottenendo più di trenta riconoscimenti tra cui i cinque oscar principali (miglior film, regista, attore, attrice, sceneggiatura non originale).
 Il tema trattato riguarda anche molto da vicino l'italia, che dal 1996 ha chiuso tutti gli ospedali psichiatrici, preferndo un approccio più valorizzante per la persona, sostituendoli con centri diurni e notturni, comunità, dove alla cura medica si affianca una corrispondenza umana.
Tornando alla pellicola, la grande capacità degli attori, Nicholson in primis ma anche gli emergenti Doc di "Ritorno al futuro", Grima Vermilinguo de "Il signore degli anelli" e un giovane Danny DeVito, la curata trama, la ricchezza di significati e la capacità del film di tenere lo spettatore incollato al televisore fino alla fine, la rendono un'obbligata presenza sulle mensole di tutti i cinefili e non.
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mercoledì 21 novembre 2012

Venuto al Mondo

di Fabio Zoboli
Non era facile creare un connubio armonioso tra temi complessi e meritevoli di un adeguato spazio, ma posso affermare che in Venuto al mondo l'impresa è riuscita.
Tratto dall'omonimo libro di Margaret Mazzantini e diretto dal marito Sergio Castellitto, nella pellicola recita anche il figlio del regista nel ruolo di Pietro, ragazzo italiano nato a Sarajevo “per sbaglio”, come lui stesso si definisce, nel pieno della ribellione giovanile e con la volontà di capire quale sia il suo passato e la sua reale identità; ma questo è solo un aspetto dell’approfondita caratterizzazione psicologica dei personaggi. Il film sviscera soprattutto le dinamiche affettive di una donna romana, Gemma, impersonata da una superlativa Penelope Cruz (non mi stupirei se l'interpretazione fosse insignita di un riconoscimento cinematografico) e il suo desiderio di maternità che si scontra con l’impietosa notizia della sterilità. Cruciale è anche la sua travagliata relazione con un fotografo americano, Diego, eccentrico e sognatore, conosciuto in Bosnia, insieme ad un gruppo di autoctoni che diverranno figure indelebilmente legate a Gemma. La soluzione del concepimento tramite una di queste ragazze bosniache è l’emblema del vincolo sentimentale con questa terra, dapprima una regione della Jugoslavia nel pieno della crescita e dello sviluppo, come dimostrato dall'edizione delle Olimpiadi Invernali 1984 tenutesi proprio a Sarajevo, ma improvvisamente sconvolta dal precipitare degli eventi: la dichiarazione d’indipendenza, la guerra, l'assedio della città, la pulizia etnica, i crimini commessi dalle truppe serbe.
Contraddistinta da un ritmo intenso, serrato, senza disdegnare uno sguardo attento alla psiche dei personaggi, l’opera non cade mai nel melodramma, nonostante i temi siano forti e il pathos palpabile: gli abusi subiti dalla donna che ha partorito un figlio che non vedrà crescere, le vittime dei bombardamenti, il dramma interiore e le scelte di Diego che verranno comprese solo nel finale…
Per questo mi sento di consigliare il film: senza retorica si propone semplicemente di raccontare una storia di vita, complicata ma non per questo artificiosa, in un contesto vicino geograficamente e temporalmente. E senza schierarsi apertamente lascia comunque un segno nello spettatore, che se ne torna a casa turbato al punto giusto.

mercoledì 7 novembre 2012

Il Comandante e la Cicogna

di Fabio Zoboli
Iniziamo dal fatto di cronaca che m’ha spinto a parlare di questa pellicola: l’intitolazione del passaggio pedonale di Ponte S. Pietro (“la passerella”) ad un tale Gianfranco Miglio. Non che mi stupisca che l’amministrazione destrorsa di turno (leghista in questo caso) scelga di porre in cima alla lista programmatica la celebrazione di personaggi quantomeno discutibili (la biblioteca Marzio Tremaglia docet). Maliziosamente mi sorge spontanea la domanda: quanti elettori leghisti sanno veramente chi sia Miglio, commemorato come politologo se non altro perché considerato l’ideologo della Lega Nord?
E da qui nasce l’idea di scrivere qualcosa su Il comandante e la cicogna, film che celebra al contrario la multiculturalità: attori con accenti diversi (Leo Buonvento, interpretato come sempre magistralmente da Valerio Mastrandrea, di Somma Vesuviana; il collega idraulico Fiorenzo di origini asiatiche; la moglie defunta, Claudia Gerini, con l’intercalare “Belin”; lo stravagante Amanzio, un eccezionale Giuseppe Battiston, con un accento veneto), una Torino come teatro delle vicende che potrebbe benissimo essere Milano o qualsiasi altra città poliglotta del Nord Italia.

mercoledì 3 ottobre 2012

Gatto Nero, Gatto Bianco

di Fabio Zoboli
Continuiamo la nostra esplorazione di registi e quindi stili diversi, passando dalla Russia alla ex-Jugoslavia; penso che a tutti verrà in mente un nome in particolare: ebbene sì, oggi si parlerà di Emir Kusturica.
Come anticipa il titolo però non tratterò dell'opera forse più famosa, il capolavoro del regista bosniaco naturalizzato serbo, Underground, che affronta proprio il tema del conflitto in Jugoslavia, bensì di una commedia che m'ha incantato per la sua capacità di descrivere un mondo complesso come quello balcanico e gitano, così ricco di etnie diverse, in cui la tradizione si mescola con la modernità, che spesso offre il suo volto peggiore: abuso di cocaina, alcolismo, gioco d'azzardo, truffe di ogni genere e scontri tra bande rivali armate fino ai denti.
Maestro nel gestire intrecci inizialmente complessi per la molteplicità di personaggi ma che nel finale trovano la loro naturale collocazione nel disegno complessivo, Kusturica propone uno stile che ricorda quello che ha reso celebre qualche anno più tardi un cineasta come Guy Ritchie, con la sua trilogia sulla malavita londinese (Lock&Stock, The Snatch, Rock‘n’Rolla).

mercoledì 26 settembre 2012

Cinerubrica: Silent Souls



di Fabio Zoboli
A grande richiesta un nuovo articolo del nostro miglior reCensore. Se ritenete che le apologie dell'amore siano sdolcinate sempre e comunque, questo film vi farà cambiare idea. Da vedere!

Forse tra i film che ho proposto finora in questa rubrica, Silent Souls è l’unico ad essere veramente d’essai, da cineforum; e questo perchè lo spettatore, dopo la prima visione, non si arrischia a definirlo “bello” o “brutto”: è una di quelle opere cinematografiche che lascia perplessi, sorpresi ed è meritevole di un’ulteriore riflessione. I critici non hanno avuto invece dubbi quando le hanno conferito 2 Leoni alla Mostra di Venezia 2010. È curioso, tuttavia, che proprio in Italia, sede della rassegna, la pellicola sia uscita solo nel maggio 2012 e senza molta pubblicità: non credo siano in molti ad essersene accorti. Il motivo? Probabilmente perché è un film particolare, fuori dagli schemi: si discosta molto dal gusto cinematografico occidentale, che c’ha abituato a suspense e trame più o meno complicate. E la diversità non è solo una diretta conseguenza del fatto che il regista sia russo, ma piuttosto della scelta di focalizzarsi su un’etnia quasi scomparsa, quella ugro-finnica, intrisa di tradizioni sopravvissute al tempo ma sempre appese ad un filo.

martedì 24 luglio 2012

Risvegli (Awakenings)

di Fabio Zoboli
Ammetto che questo film sia maggiormente rivolto ad un pubblico di addetti ai lavori, o aspiranti tali, dato che riguarda specificamente l’ambito medico-scientifico, ma credo che chiunque possa apprezzarne l’alto valore artistico. Innanzi tutto perché il cast propone un certo Robin Williams come medico (anni prima del successo di Patch Adams) e un tale Robert De Niro come paziente (guadagnandosi una nomination come migliore attore protagonista, che se si fosse tramutata in Oscar non avrebbe certo destato scandalo). In secondo luogo perché, sebbene si parli di un “cronicario” e di patologie neuropsichiatriche complesse, lo spettatore viene coinvolto soprattutto sul piano emotivo, sopperendo quindi alla mancanza di conoscenza di malattie ultraspecialistiche.
Tratto da una storia vera (il romanzo di Oliver Sacks, neurologo e autore di diversi libri di successo basati sulle storie cliniche e umane dei propri pazienti e delle loro patologie), la pellicola racconta di come un dottore da sempre dedito solo alla ricerca e poco avvezzo alla pratica clinica sia stato capace di prendersi a cuore il destino di un gruppo di suoi pazienti catatonici, lasciati per lo più a se stessi, cercando di trovare una possibile cura per la loro condizione, per lo più causata da un’encefalite di origine sconosciuta che li aveva colpiti in giovane età. Il film si intitola Risvegli appunto perché si tratta di trovare un farmaco che possa riportare al presente questi individui resi dalla malattia delle statue nel proprio corpo. Senza anticipare nulla, posso comunque dire che il compito risulta essere tutt’altro che semplice, ma ciò che colpisce non è tanto il risultato finale, ma quanto la dedizione del medico, così diverso dai suoi colleghi e superiori, animati da un arrogante scetticismo verso qualsiasi tentativo d’innovazione e rassegnati all’idea dell’incurabilità di tali patologie.
Per attualizzare

giovedì 19 luglio 2012

Philadelphia

di Fabio Zoboli


Philadelphia, 1993.  Una città e una data non casuali. 
Philadelphia è una delle più antiche città degli Stati Uniti, vi furono redatte la dichiarazione di Indipendenza (1776) e la costituzione statunitense. Ma pur essendo così ricca di storia e di stampo prettamente europeo, tra le metropoli della Costa Est è forse quella che meglio rende l’idea del multiculturalismo, dato che la percentuale di bianchi e afroamericani è pressoché sovrapponibile. Il Benjamin Franklin Parkway, uno dei viali più celebri della città (spesso inquadrato anche nel film), è poi un simbolo d’internazionalità, famoso universalmente per la fila di bandiere di tutti i Paesi del mondo che costeggia entrambi i lati della strada. La scelta quindi di questa metropoli, nonché la decisione di renderla anche il titolo del film, comunica già un messaggio importante allo spettatore: un luogo che per definizione dovrebbe essere l’emblema dei diritti e della lotta contro ogni tipo di discriminazione. Ma non stiamo parlando di colore della pelle in questo caso, ma di omosessualità.
L’ambientazione nel cuore degli anni Novanta rappresenta poi la cornice ideale per trattare il tema dell’AIDS, malattia che raggiunse il culmine della sua drammaticità prima del 1996, anno dell’introduzione della HAART, la terapia antiretrovirale altamente attiva, che segnò un definitivo progresso nella cura (anche se non nella guarigione) della patologia. Ancora oggi non esiste un vaccino e 33,4 milioni di persone nel mondo vivono con l'HIV/AIDS, con 2,7 milioni di nuove infezioni HIV all'anno e 2,0 milioni di decessi annuali a causa di AIDS. Ma prima del 1996 questi dati erano ben più allarmanti e oggi un paziente sieropositivo, soprattutto nel mondo occidentale, pur con l’onere di una terapia per tutta la sua esistenza, può vantare una buona qualità di vita, nonché un tasso di sopravvivenza impensabile prima dell’introduzione dell’HAART.

domenica 3 giugno 2012

La kryptonite nella borsa

                                             
                                             di Fabio Zoboli
                                                                                                                                        
                                                                                                                                
Premessa: dopo un periodo di latitanza dalla cinerubrica, penserete che sia tornato con un filmone di alto livello. Mi spiace, resterete delusi! Quello che vi propongo oggi è però un titolo che forse è sfuggito a molti quando è uscito nelle sale l’anno scorso, ma che meriterebbe più considerazione. Il nome del regista non aiuta, perché è un esordiente, Ivan Cotroneo, con una carriera alle spalle come sceneggiatore più che altro. Il cast invece è di tutto rispetto e propone, non a caso, molti attori partenopei, dato che la pellicola è ambientata (e girata) a Napoli: Valeria Golino (un lungo curriculum tra Italia e Stati Uniti, dove ha interpretato i ruoli che l’hanno resa celebre, tra cui il drammatico Rain Man e i comici Hot Shots! 1 e 2) e Libero De Rienzo (Santa Maradona) sono i nomi di spicco, ma quasi tutti i personaggi secondari sono napoletani, con l’eccezione dei romani Luca Zingaretti (Il commissario Montalbano) e Cristiana Capotondi (Notte prima degli esami).

martedì 22 maggio 2012

Mare chiuso

di Aurora Boninelli


"Mare chiuso" è il titolo di un documentario girato da Stefano Liberti e Andrea Segre. Ricorderete la vicenda dei migranti eritrei che, dopo 4 giorni di atroce traversata sono giunti in Italia. Il documentario è stato costruito a partire da queste immagini, catturate con un cellulare. La storia di questi eritrei non ha un lieto fine: gli ufficiali della Marina li rispediscono in Libia, dove vengono rinchiusi nei campi di detenzione.
L'idea che hanno avuto i due registi è stata quella di incontrare i migranti e di raccogliere le loro testimonianze per capire cosa spinge le persone a tentare di penetrare nella "fortezza Europa".
L'occasione si è presentata dopo lo scoppio della guerra in Libia, nel marzo 2011, quando molti profughi sono fuggiti dai campi di detenzione dove erano stati rinchiusi. 

mercoledì 2 maggio 2012

CineRubrica: DIAZ

Diaz -Don't clean up this blood

di Fabio Zoboli
Francamente quando sento ragazzi più o meno giovani (perchè non parlo solo di preadolescenti, ma anche di studenti universitari!) che elogiano, per non dire osannano, pellicole come The Avengers (l’ultimo film tratto dai fumetti della Marvel, per i tanti che spero non lo sapessero), con la motivazione tutt’altro che sarcastica “ci sono esplosioni, combattimenti, belle ragazze.. cosa c’è di meglio?!”, mi verrebbe da consigliar loro la visione anche di Diaz, che presenta buona parte degli ingredienti dei loro film preferiti. Con la piccola differenza che in questo caso scontri e sangue siano reali, un’altra triste pagina di cronaca recente.

mercoledì 25 aprile 2012

CineRubrica: "La Nostra Vita"

di Fabio Zoboli
Il titolo magari non vi dirà molto, il regista Daniele Lucchetti (La scuola, Mio fratello è figlio unico) forse un po’ di più, ma il protagonista sicuramente dovrete ricordarvelo: il “solito” Elio Germano, il quale per la pellicola si aggiudica il premio alla migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes 2010. E scusate se è poco, dato che l’ultimo italiano ad averlo vinto fu un certo Marcello Mastroianni, nel lontano 1987. Anche la cerimonia di premiazione ha lasciato il segno, soprattutto per la vivace polemica che le parole di Germano avevano suscitato nella precedente maggioranza parlamentare:
“Siccome i nostri governanti in Italia rimproverano sempre, al cinema, di parlare male della nostra nazione, io volevo dedicare questo premio all'Italia e agli italiani, che fanno di tutto per rendere l'Italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente”

martedì 17 aprile 2012

CineRubrica...


Romanzo di una strage
di Fabio Zoboli

Notizia di sabato 14 aprile 2012: nessun colpevole per la strage in piazza Loggia, a Brescia; assolti i quattro imputati al processo d’appello, confermata la sentenza di primo grado.
Ironia della sorte, in sala in queste settimane troviamo Romanzo di una strage, che tratta dei fatti di piazza Fontana. Il parallelismo è immediato: anche in questo caso nessun colpevole.
A volte il cinema non è solo finzione, a volte certi film andrebbero visti nelle scuole, per far luce su vicende che spesso vengono solo accennate e quindi dimenticate, se non completamente ignorate dai più. Ispirato nel titolo da un articolo scritto da Pasolini sul Corriere della Sera (“Cos’é questo Golpe? Il romanzo delle stragi”, 14 novembre 1974), Marco Tullio Giordana (I cento passi, La meglio gioventù) ricostruisce le vicende del 12 dicembre 1969, dove a Milano, in piazza Fontana, un'esplosione devastò la Banca Nazionale dell'Agricoltura, ancora piena di clienti: morirono diciassette persone e altre ottantotto rimasero gravemente ferite.
Il piglio documentaristico della pellicola ripropone fedelmente le indagini che seguirono a questa strage, con la pista anarchica e solo in un secondo momento quella neonazista, ma non si esime dal trattare anche l’aspetto umano di due personaggi che rimarranno per sempre legati alla vicenda: l’anarchico Pinelli (Pierfrancesco Favino) e il commissario Luigi Calabresi (Valerio Mastrandrea).
Senza entrare nei dettagli del racconto, che non è altro che una pagina di Storia, credo che il regista non voglia dare risposte a tutti i costi su questioni che ancora oggi hanno aspetti oscuri, ma piuttosto offrire allo spettatore importanti spunti di riflessione. E da qui il mio personale invito a tutte le nuove generazioni (e non solo) a documentarsi e ad approfondire la recente storia italiana: la pellicola può sicuramente essere un valido aiuto perché divisa in sottocapitoli che mano a mano riconducono alla pista finale, ma non basta certo per capire il clima di quegli anni. E allora perché non farsela raccontare anche da genitori, zii, parenti o da chi l’ha vissuta come attualità? Se non è un dovere civico, poco ci manca.
Buona visione a tutti.

domenica 8 aprile 2012

Clerks vs Santa Maradona

di Fabio Zoboli
Se il titolo vi ha disorientato circa il contenuto dell’articolo state tranquilli, non è una nuova pellicola horror-fantascientifica alla Alien vs Predator o Alieni&Cowboys (viva la fantasia, tra l’altro..), bensì un confronto tra due film che spesso dalla critica vengono accostati, e non a torto, ma non per questo debbano essere etichettati uno come la copia dell’altro. Quindi oggi si raddoppia, non uno ma ben due film, per non far rimpiangere la mancanza del consueto appuntamento nei giorni scorsi.

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