Mai avrei pensato di scrivere storie sui cani. Sui gatti l'ho già fatto, ma sui cani mi sa di tg.
Cammino per la grande strada. Sono le 7.55 di mattina, e Francesca è corsa al lavoro. Stavolta mi fermo a guardarlo, questo muro. Ho già visto qualcosa tempo fa, ma quando la testa non è vuota, si guarda e non si vede. Lo esamino. è incastrato nella roccia, dove il cemento crepa. Cresce a cespuglietto, e le foglie sono come tanti cuori incollati male. Un piccolo cappero, sì, per me è un cappero. Lo colgo, attento a non romperne le radici, e proseguo. Spulcio le foglie buone, e mi incammino verso la giornata.
Passo il raccordo, passo il ponte del gatto morto, passo le ville e il “Colleoni” divani.
Mentre cammino, il mio sguardo per poco si perde in quello di un vecchio imprenditore, con la sciarpa
color panna e la porche con la gomma bucata. Qualcuno l'aggiusta per lui. Ha uno sguardo.. allegro, ma spento.
Proseguo a passeggiare, schivo i vetri tra il tarassaco e la piantaggine. Arrivo al vecchio distillificio, che ora quasi non distribuisce nemmeno più l'acqua in bottiglia. La plastica va di più.
Insomma, arriviamo al dunque. Un grande cancello bianco, scrostato dalla vecchiaia. Delle pareti, erose dalla pioggia, ospitano dei gradini ai loro piedi, dei vasi a fianco dei gradini, e due cani in parte ai vasi (a fianco e in parte, io rinuncio, anzi, proprio non voglio capire).
Uno è piccolo, pelosissimo, di colore probabilmente bianco, ora color panna-grigio. Molto vecchio.
Mi stupisce, più che il suo fare arzillo, il fatto che mi abbia visto: non vedo il muso, solo pelo. Si alza, e trotterella verso di me, abbaiando con tono basso e rauco. A questo punto si alza il secondo. Un grosso cane nero, peloso, ma non abbastanza da renderlo buffo. Anche lui è vecchio, i bordi degli occhi pendono, e lui barcolla un poco. Abbaia pacato, aggiungendosi al primo, e scodinzola.
Quindi mi avvicino, e lentamente porgo la mano verso il muso di quello grosso.
E qui arriva ciò che vorrei raccontare. è banale, forse da cronaca rosa, forse pure peggio. Forse però, come ho pensato, è così banale che val la pena raccontarlo.