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domenica 16 marzo 2014

La sperimentazione animale


 
                                                               di Michele Introna

                                            

Negli ultimi anni le polemiche attorno al tema della sperimentazione animale non sono mancate, ma è soprattutto in questo periodo, complici diverse manifestazioni pro e contro, che si è riaperto il dibattito pubblico.

La prima puntualizzazione che coloro i quali si occupano di ricerca ci tengono spesso a fare è che parlare di vivisezione è scorretto. Lo è su un piano tecnico, perchè è un termine che fa riferimento a pratiche dissettorie su animale vivo del tutto fuori moda tra i moderni scienziati, lo è su un piano morale, perché viene usato negli ambienti anti-vivisezionisti per diffondere l’idea che chi compie ricerche sugli animali operi una vera e propria tortura verso altri esserci viventi. I ricercatori in realtà preferiscono parlare di “sperimentazione animale” o ricerca in vivo, termini più generici che includono tutte le pratiche di studio e sperimentazione che possono essere fatte su animali vivi.

A che tipo di esperimenti vengono sottoposti gli animali ?

In generale gli animali vengono impiegati in due tipi di esperimenti. L’animale può costituire il “corpo vivo” da cui partire per capire se un farmaco o una macchina innovativi hanno degli evidenti effetti tossici non previsti in fase di “invenzione”. Oppure si possono alterare (sia facendo ricorso alla ingegneria genetica, sia con altre tecniche) le condizioni di salute di base dell’animale per “mimare” delle condizioni di malattia che si riscontrano nell’uomo, per poterle capire meglio, e quindi curarle meglio.

Inoltre gli animali possono essere utilizzati per produrre “pezzi di ricambio” da impiantare nell’uomo qualora ce ne fosse la necessità, ad esempio nel caso della sostituzione di valvole cardiache umane con valvole prelevate dal suino.

Chi regola la sperimentazione animale?

La storia della sperimentazione sugli animali è fatta di progressive restrizioni al suo utilizzo in seguito alle scoperte che venivano effettuate riguardo alla loro capacità di provare angoscia e dolore, e alla crescente necessità della comunità scientifica internazionale di darsi delle regole etiche, soprattutto dalla seconda metà del novecento in poi. In Europa la normativa vigente è rappresentata dalla Direttiva 2010-63-EU, redatta con lo scopo di applicare criteri più stringenti e omogenei tra gli Stati membri, rispetto alla precedente del 1986.

L’Italia ha recepito questa normativa approvando il 31 luglio 2013 alla Camera dei criteri delega, di fatto distanziandosi dal principio di omogeneità tra Paesi UE che questa legge avrebbe dovuto rappresentare. Nell’emendamento infatti, approvato bipartisan, si trovano elementi di maggior rigidità rispetto alla Direttiva e che hanno scatenato la protesta tra i moltissimi ricercatori che lavorano nel settore, ad esempio il divieto assoluto di allevamento sul suolo italiano di cani e gatti da esperimento o l’obbligo di anestesia anche per piccole procedure come semplici iniezioni.

giovedì 13 marzo 2014

Vita da cani


                                                     di Ivan Capotorto

Mai avrei pensato di scrivere storie sui cani. Sui gatti l'ho già fatto, ma sui cani mi sa di tg.

Cammino per la grande strada. Sono le 7.55 di mattina, e Francesca è corsa al lavoro. Stavolta mi fermo a guardarlo, questo muro. Ho già visto qualcosa tempo fa, ma quando la testa non è vuota, si guarda e non si vede. Lo esamino. è incastrato nella roccia, dove il cemento crepa. Cresce a cespuglietto, e le foglie sono come tanti cuori incollati male. Un piccolo cappero, sì, per me è un cappero. Lo colgo, attento a non romperne le radici, e proseguo. Spulcio le foglie buone, e mi incammino verso la giornata.

Passo il raccordo, passo il ponte del gatto morto, passo le ville e il “Colleoni” divani.
Mentre cammino, il mio sguardo per poco si perde in quello di un vecchio imprenditore, con la sciarpa
color panna e la porche con la gomma bucata. Qualcuno l'aggiusta per lui. Ha uno sguardo.. allegro, ma spento.
Proseguo a passeggiare, schivo i vetri tra il tarassaco e la piantaggine. Arrivo al vecchio distillificio, che ora quasi non distribuisce nemmeno più l'acqua in bottiglia. La plastica va di più.

Insomma, arriviamo al dunque. Un grande cancello bianco, scrostato dalla vecchiaia. Delle pareti, erose dalla pioggia, ospitano dei gradini ai loro piedi, dei vasi a fianco dei gradini, e due cani in parte ai vasi (a fianco e in parte, io rinuncio, anzi, proprio non voglio capire).

Uno è piccolo, pelosissimo, di colore probabilmente bianco, ora color panna-grigio. Molto vecchio.
Mi stupisce, più che il suo fare arzillo, il fatto che mi abbia visto: non vedo il muso, solo pelo. Si alza, e trotterella verso di me, abbaiando con tono basso e rauco. A questo punto si alza il secondo. Un grosso cane nero, peloso, ma non abbastanza da renderlo buffo. Anche lui è vecchio, i bordi degli occhi pendono, e lui barcolla un poco. Abbaia pacato, aggiungendosi al primo, e scodinzola.

Quindi mi avvicino, e lentamente porgo la mano verso il muso di quello grosso.

E qui arriva ciò che vorrei raccontare. è banale, forse da cronaca rosa, forse pure peggio. Forse però, come ho pensato, è così banale che val la pena raccontarlo.

giovedì 27 febbraio 2014

Le regole del gioco

di Edoardo Marcarini


“Qualcuno sa dirmi cosa siano le regole?”
“Degli obblighi!”
“Nemmeno per sogno”

Come si può render cosciente dell'importanza delle regole un ragazzino se nemmeno l'adulto, col compito di educarlo, non solo non le rispetta, ma non ha neppure chiara la loro funzione?
Questo il fulcro dell'intervento di Gherardo Colombo, ex magistrato, all'incontro regionale degli scout adulti organizzato a Mantova dal CNGEI lo scorso Sabato. Il suo modo di fare è accattivante e coinvolgente, perfetto per affrontare un tema così delicato con una platea varia in cui, sicuramente, si nascondevano dei convinti esperti di educazione.
L'importanza delle regole, che non sono solamente la raccolta degli obblighi, ma prima ancora l'insieme dei diritti, è spesso offuscata dall'imposizione dell'osservanza. Un ragazzo di dodici anni reagisce al divieto remandoci contro. D'altronde a nessuno piace sentirsi dire “non puoi” perché suona come proibizione categorica, limitazione o sfida.

domenica 29 settembre 2013

E invece il problema si pone … (considerazioni politiche)

di Dennis Salvetti

[E per tornare carichi ai propri impegni quotidiani dopo un estate di bagordi, cosa di meglio di un secondo post?]

Frenate gli animi oh voi che ebbri gioia (e non solo gioia) festeggiaste il primo di agosto (e tra questi stolti fessi vi rientro in pieno anch’io)! Dopo la sbornia della condanna bisogna ripigliarsi (soprattutto vedendo che cosa ci sta serbando questo autunno) e capire dove siamo e perché ci risvegliamo così frastornati. Bisogna fare la conta di danni e vittime di questa “guerra dei vent’anni” (così definita dai partigiani azzurri), e raccogliere i frutti di questo stato di guerra. Partendo dall’individuazione di vincitori e vinti, ma capire chi sia da piazzare dove è un lavoro complesso e dai risultati nient’affatto scontati. Infatti in questi due decenni di contrapposizione tutt’altro che ideologica, la politica e la società italiane ne escono in blocco meste, peste e impoverite, perché comunque la si veda, la condanna di Berlusconi è tutt’altro che una vittoria per chi gli si contrapponeva e si contrappone (e qui mi permetto pure di fare il melodrammatico). Questa conclusione giunge dal fatto che in vent’anni (circa) la lotta politica ha tenuto banco ed è ruotata intorno al quel perno-nano che risponde al nome di Silvio Berlusconi, senza spazio alcuno per i tipici contenuti prettamente politici (quali economia, società, lavoro etc) che fondano ad alimentano  una sana ed aperta discussione sull’amministrazione della vita pubblica democratica. Così le forze e le energie si sono sprecate, consumate, erose e sfibrate attorno alla persona ed alla figura dell’ex Cavaliere, quando tutt’al più di lui si sarebbe dovuto occupare un ordine del giorno della Giunta delle elezioni della Camera nell’ormai lontano 1994. Quindi, concludendo questa apertura, tra gli sconfitti ci rientrano un po’ tutti e a diverso titolo.

lunedì 9 settembre 2013

Carlo e altre storie violente

di Francesca Introna
Se siamo tutti d’accordo che in una società civile la violenza non sia ammissibile, non riesco a capacitarmi di come certa retorica circoli ancora sulle bocche di tante persone. Mi sto riferendo ai commenti lacrimosi su Carlo Giuliani o alle espressioni di sostegno alla guerriglia dei No Tav.

A Genova nel 2008 la polizia ha fatto cose sconcertanti, gravissime, ingiustificabili. Gli scontri alla scuola Diaz sono solo un esempio del disonore di cui si sono macchiati molti, troppi agenti. Detto questo però, mi urta vedere come tutte le vicende accadute in quell’occasione siano riunite in un unico fascio. Carlo Giuliani non era un manifestante come gli altri, una innocente vittima colpita nell’atto sacro di manifestare il proprio pensiero: era un ragazzo di ventitrè anni che è morto con un passamontagna sul viso e un estintore in mano, morto mentre tentava di assalire un mezzo delle forze dell’ordine. Certamente l’agente che ha sparato il colpo ha commesso un errore grave, anche perché per il mestiere che fa avrebbe dovuto saper gestire la tensione e le armi. E certamente non è tollerabile che il corpo sia stato ripetutamente investito dall’autovettura. Niente di quello che successe in quei pochi minuti sarebbe dovuto accadere. Ma oltre a questo non mi spingo: non ho mai imbrattato un muro con la scritta “ Carlo vive”, né mi sono mai compiaciuta nel leggerla, né mi sento di definirlo un eroe o anche solo uno che ci ha insegnato qualcosa con il suo esempio e di cui conserveremo eterna memoria. Se si chiede, come è doveroso, che i colpevoli di quella macelleria si assumano le proprie responsabilità, penso che sia infantile escludere dal computo anche la parte più popolare, più romanticamente idealizzata della contesa, la parte dei “ribelli”. Preferirei che venissero ricordati più spesso i nomi di quelli che si sono presi un sacco di botte senza aver mosso un dito, e non mentre lanciavano estintori, ma mentre sfilavano in cortei pacifici.

La stessa retorica si ripete sul movimento No Tav. Ora, ogni idea è legittima, e se qualcuno è convinto che quella tratta ferroviaria non vada costruita, è liberissimo di fare opposizione. Ma il lancio di Molotov, di bombe carta, di sassi contro persone che stanno lavorando –operai e poliziotti- non rientra nel mio concetto di legittima opposizione. E mi dispiace che talvolta anche i pacifici valsusini difendano i violenti, che tra l’altro vengono spesso da tutta Italia e ho idea che vadano lì per menare le mani e non per difendere una terra che non è la loro.

Non vorrei dilungarmi eccessivamente, ma andrebbero spese due parole anche su una città ignorante come Bergamo. Non voglio offendere nessuno dei suoi cittadini, tra cui rientro anche io, ma forse dovremmo fare una bella riflessione sul fatto che il nostro compaesano più illustre e noto sia Roberto Calderoli, le cui recenti parole –violente- non riporto e non commento per rispetto del lettore. E forse dovremmo anche riflettere sulla violenza mimata dagli Ultras dell’ Atalanta, peraltro noti in Italia e all’estero come i fenomeni dell’aggressività calcistica, che hanno abbattuto due auto, simboli di altre squadre, con un carro armato vero (ah già: qualcuno si è chiesto dove se lo sono procurato e a che titolo lo detengono?) .

Adesso concludo per davvero. So di non aver scritto un articolo molto popolare, ma credo ancora che la violenza non sia cosa da giustificare.

venerdì 30 agosto 2013

OPERATORI: STAY HUMAN


di Sara L.

Sono tempi difficili questi per lavorare nel sociale. Sono tempi difficili perchè la gente inizia ad incazzarsi davvero. Sono tempi difficili perchè sempre più gente normale vede che non arriva a fine mese e alla tv parlano solo di quando e come (e se!) verrà condannato Mr. B. Sono tempi difficili perchè non ci sono soldi per avviare progetti. “Non ci sono soldi” è proprio il leit motiv che mi ha accompagnato in questi primi tre anni di lavoro. Non ci sono soldi è la prima questione che viene mi viene sollevata, prima ancora di chiedere “perchè reputi necessario questo intervento?”.
Sono tempi difficili per chi lavora nel sociale: ma non solo per i motivi sopra esposti. Sono tempi difficili anche perchè lo stesso social worker (per utilizzare un'espressione di moda nel settore) è uomo, anzi direi più spesso donna, del nostro tempo: (uomo) donna della crisi. (Uomo) donna che la crisi la vive dentro il lavoro, ovvero sulle spalle degli utenti con cui costruisce il processo d'aiuto, e (uomo) donna che la crisi la vive nella vita privata.

Queste riflessioni, su cui rimugino già da tempo, oggi si sono arricchite di un nuovo particolare... Fin'ora pensavo esistessero sosotanzialmente due macro-categorie di social worker:
  • coloro che fanno del lavoro sociale una missione. Beh, questi devo dire non mi hanno mai convinto: la missione è tipicamente un obiettivo dato dall'esterno, per molti di coloro che appartengono a questa categoria è una missione divina, in poche parole un moderno aggiornamento della carità cristiana: delle dame di s. vincenzo con l'i-phone.
  • coloro che fanno di questo lavoro un modo per tentare di migliorare un pochino la società in cui si è immersi, o meglio la “comunità”, o meglio ancora il “territorio”. Io credo di far parte di questa categoria, la categoria di coloro che nell'agire professionale sono guidati da pochi ma solidi principi-guida, che poi sono gli stessi che troviamo nei primi articoli della costituzione e che il codice deontologico degli assistenti sociali, non a caso, richiama: uguaglianza, dignità dell'uomo, non discriminazione, diritto alla salute, tutela di coloro che sono in una condizione di debolezza, diritto all'autodeterminazione.

Negli ultimi tempi sto rilevando che ciò che sta caratterizzando il nostro tempo e rendendo così difficile fare questo lavoro ha portato allo sviluppo di una terza categoria.
Chi vi appartiene ha come primo obiettivo la sopravvivenza. Lo scopo ultimo del lavoro è portare a casa la giornata con meno casini possibili. 

C'è un minore da collocare? 
Speriamo che scappi prima. 

C'è un vecchietto che sta male e avrebbe bisogno di un rilevante intervento domiciliare? 
Speriamo che muoia prima. 

C'è un adulto psichiatrico e alcoldipendente che non ha una casa? 
E vabbeh, che ci vuoi fare... le han chiuse tutte le comunità che conoscevo adatte a un caso come il suo...

mercoledì 10 luglio 2013

Non c'è tempo. In guerra non ce n'è.

di Francesco Mancin
Questo articolo non vorrei e non dovrei scriverlo. Delle persone si sentiranno chiamate in causa, e non è poi così giusto trasferire sé stessi sull'ufficiosità di un blog. Non se ne rammarichino: essi mi offrono spunti, non aperitivi di polemiche. 
Quello che in Italia successe dal '43 al '48, quando entrò in vigore il testo costituzionale, rimarrà incancellabile, così come le guerre puniche o le Termopili. Quello che in Italia successe può essere oggi visto come mera cronaca, come momento di oscurità e di violenze, come estremo atto di coraggio o di codardia, come una guerra civile. Così, come per ogni epocale avvenimento della storia, qualsiasi generazione successiva si è rapportata con quei fatti secondo adattamenti differenti dei medesimi valori della Memoria, della Verità, della Necessità dell'uso della forza. In sintesi, ognuno di noi si è confrontato con il problema della "quantità" di Dignità da esigere o da riconoscere a chi visse, decise e combatté allora.
Oggi leggo che "[...] in tempi di guerra non c'è tempo per pensare alla dignità e bla bla bla[...]". Il BlaBla mi fa un po' male: è come se gli sforzi di crescita sociale si possano fare solo nei momenti di pace, è come se ragionare sulla necessità dei diritti sia una cosa da benestanti e da benpensanti. Mi ricorda un De Niro che urla "sei solo chiacchiere e distintivo". Capone non fu ammazzato ma sconfitto in tribunale.
Quanto alla dignità, è vero. In quella guerra non ci fu il tempo, per la dignità. In guerra ci furono le gerarchie, ci furono le pene capitali per  i disertori,  ci fu l'alcool annebbiante nelle trincee francesi e russe, i bombardamenti annunciati a mala pena dalle sirene. In guerra la dignità del singolo fu calpestata dai cingoli, dai movimenti di carri ordinati da pochi pazzi lucidi, che ebbero l'intelligenza e la vigliaccheria di creare un potere oppressore, indegno. Indegno. Al punto che nessuno, se non altri pazzi nostalgici, l'avrebbe più preso ad esempio negli anni futuri. E nessuno avrebbe più dovuto farlo nemmeno nei mesi successivi agli avvenimenti del Gran Sasso o di Dongo. Da allora fu guerra civile e guerriglia contro i tedeschi. Due situazioni in cui il tempo per pensare alla dignità c'era. Uomini non liberi combatterono per liberarne altri ed il popolo tutto, e subito si dimostrarono liberi. Nessun regime e nessun generale romano li costrinse, e la circostanza che la lotta partigiana si distinse attraverso azioni paramilitari la imputo a necessità, unione, appoggio del regio esercito scioltosi in alcuni territori della penisola e della Grecia.
La storia partigiana e i suoi personaggi affascinano per la loro umanità esemplare, nel senso di dedizione alla causa e di sacrificio. Ma nel contempo costringono, oggi che il significato di umanità si è arricchito ed evoluto, ad una seria riflessione sulla Violenza.
Tra il 1969 ed il 1977 in Italia le bordate tra i manifestasti e la polizia o il "potere costituito" non arrivarono mai alla stessa legittimazione di cui gode il biennio della liberazione: i concetti di Necessità, di Lotta, di Oppressione erano già cambiati, e nelle piazze non si trovavano gli stessi metodi. Di dignità se ne parlò fin troppo, ma solo della propria. Di lotta se ne parlò a sproposito, manco sotto i caschi dei poliziotti a Roma ci fossero ancora i tedeschi.
Se non si fosse evoluto il concetto di dignità, dovremmo considerare Carlo Giuliani un martire che si è sacrificato per la nostra libertà: Carlo è una vittima, un omicidio di Stato, ma non un eroe. Oggi gli riconosciamo la giusta dignità di ragazzo non tra i "tranquilli", come la riconosciamo al suo sparatore troppo giovane, senza linciarlo e appenderlo in Piazzale Loreto. Giustamente oggi si chiede la celebrazione di un giusto processo.
Nella storia recente la nostra società è stata in grado di istituire cosiddetti "poteri costituiti" come il Tribunale penale per la Ex-Yugoslavia, che ha processato criminali anche ben peggiori dei fascisti del '45: un grande sforzo, ci fu il tempo, lo si trovò per scrivere alcune delle pagine migliori della Giustizia.
Se quindi la Dignità necessita di tempo, non credo che l'eccidio di Rovetta sarebbe stato necessario per perseguire la Giustizia. Cito:
Il 28 aprile [1945, a liberazione avvenuta, n.d.r.] arrivarono in paese altri gruppi partigiani (la 53ª brigata Garibaldi, La Brigata Camozzi e le Fiamme Verdi), per cui gli accordi del CLN erano irrilevanti. Il Ten. Panzanelli tentò di far valere lo scritto in suo possesso con le garanzie sottoscritte, ma il foglio con le firme gli fu strappato di mano e calpestato. Il Panzanelli fu ucciso per primo, poi i militi vennero prelevati a piccoli gruppi di cinque dai partigiani e condotti al cimitero di Rovetta. I 43 militi, di età compresa dai 15 ai 22 anni, vennero fucilati.
Dignità e Giustizia sono aspetti inscindibili della Libertà: la libertà dai torti, dalle strumentalizzazioni, dalle semplificazioni, dalle generalizzazioni.
In tempo di guerra fratricida il tempo si deve trovare per pensare a tutto quel blabla che possa salvarci dall'essere barbari, dai rimorsi, dalle critiche e dai revisionismi dei posteri.
Il revisionismo è frutto della stessa ignoranza con cui si fa di tutta l'erba un fascio. Insomma: di tutto il Fascio è giusto predicare il peggio, anzi è doveroso augurarselo. Delle persone non solo è immorale, ma perfino illogico.
Ai bambini che leggono Primo Levi si propone educazione, ai detenuti o ai colpevoli si chiede Rieducazione, non il sangue versato.

mercoledì 12 giugno 2013

Femmina + Omicidio: una critica

di Francesco Mancin
Come dimenticare la storica invettiva di Nanni Moretti in Palombella Rossa, che rimproverando aspramente una giornalista amante degli esagerati anglicismi, esclama: "Le Parole sono importanti!"
Vorrei cavalcare appunto la cresta dell'onda, e inserirmi anch'io nello zeppo e parziale dibattito che si è scatenato intorno al triste fenomeno del Femminicidio.
Trascendendo i moralismi, tenete presente che la parola femminicidio neppure esiste, e, sempre che il nuovo Devoto Oli non decida di introdurla l'anno venturo, continuo a pensare che la sua inesistenza tragga ragione dalla sua evanescente sensatezza.
La schermaglia ideologica si consuma su più fronti: c'è chi ne nega la ragionevolezza linguistica, c'è chi ne fa un allarme sociale improcrastinabile, c'è chi urla alla montatura giornalistica.
Io non mi sento di escludere, se non in parte, la veridicità di ognuna di queste affermazioni, facendo attenzione alle debite distinzioni.
Certamente è ormai ovvio il "marketing" giornalistico che i Media italiani fanno intorno alla cronaca nera femminile: inaugurato con le vicende della Contessa Vacca Augusta, passando per Cogne, Garlasco, Avetrana, almeno due anni di allarme stupri e concludendo con la violenza sulle donne, anticipati da insigni programmi come Amore Criminale, demenziale ricostruzione poliziesca a metà tra CSI, Blunotte e Un giorno in Pretura.
Credo che la soluzione sia distinguere in modo aperto e intellettualmente onesto il  fenomeno dallo slogan.
Francamente da un punto di vista meramente legislativo e giurisprudenziale mi sembra ridicola la creazione di un neo-proposto reato ad hoc di femminicidio: potenzialmente discriminatorio e soprattutto impossibile da quantificare per mezzo di pene detentive, considerando che l'omicidio "semplice" preterintenzionale (art.584 c.p.) è punito già con 10 fino a 18 anni. Parlo di preterintenzionale perché, credo, riguardi il maggior numero di casi. Senza contare che con aggravanti generiche e speciali (o il cumulo di reati) come l'efferatezza, la riduzione prodromica in schiavitù, il sequestro, la premeditazione (omicidio premeditato), ecc. si arriverebbe comunque a pene considerevolmente elevate. E la pena detentiva in Italia è di trent'anni al massimo.
Quindi ipotizzare un eventuale reato di genere, come è stato chiamato, oltre che incostituzionale sembrerebbe rivelarsi un inutile sdoppiamento di un fatto di per sé uguale: la morte (l'uccisione) di un Homo Sapiens. 
Il fatto che il suddetto vocabolo continui ad imperversare tra le news non legittima affatto l'idea che la morte di una donna sia più brutale di altre. Oltretutto, lo cito a  malincuore, come osservava Vittorio Sgarbi a La Zanzara di Radio24 qualche giorno fa: "Come la mettiamo quando una donna uccide un'altra donna? Come si chiama quello?" Ed io aggiungo: come coniugare l'elemento oggettivo "morte della donna" con l'elemento soggettivo "sesso dell'autore". Insomma, un po' poco convincente in una società costruita sull'uguaglianza fra sessi (presunta e comunque fortemente voluta) e sull'uguaglianza formale (costituzionalizzata).

Attenzione! Con ciò non si vuole affatto sminuire l'emergenza del fenomeno: se da un punto di vista linguistico e penalistico non ci si possono permettere fantasie, altrettanto grottesco e fantasioso sarebbe tacere o negare l'esistenza del problema. E' sicuramente vero che incidenti stradali o mafia fanno più morti o li fanno in modo peggiore, ma è miope credere che  la società che nel 2013 prende coscienza della violenza domestica o femminile sia nell'errore: un po' come la coscienza antimafiosa è lentamente nata e cresciuta, così la condotta di un compagno o di un maschio che approfitta della sua forza fisica e psicologica arrivando a togliere la vita ad una donna inizia ad essere considerata più che oltraggiosa e degna di interesse educativo, associativo e istituzionale. Probabilmente proseguendo su quel cammino che portò nel 1981 all'abrogazione del c.d. "Delitto d'Onore", ovvero l'attenuazione della pena in caso di omicidio dell'adultera o dell'amante.

Una società veramente libera e lungimirante non si preoccupa di dare slogan, pene rigorose (e inapplicabili), o appellarsi al "pugno di ferro", ma si concentra sull'educazione contro il mito del machismo prima, e nella eventuale rieducazione carceraria poi. Che siano venti o trenta gli anni di carcere non cambia nulla, se li si passa senza un progetto di re-integrazione nella città dell'uomo.

lunedì 10 giugno 2013

Dedicato

Particolare di Donna alla specchio di P.Picasso
di Francesca Introna
Ci crediamo sempre brave persone. Ma non lo siamo. Ci crediamo uomini e donne nella norma, e quindi corretti, giusti, o al limite giustificati. Ma non lo siamo. Nella nostra vita, sotto ai nostri occhi, succedono cose che tranquillamente tolleriamo, quando non addirittura avalliamo. Ogni lettore adesso starà pensando a qualcosa di diverso, ciascuno in base alla propria sensibilità. Io scrivo in base alla mia, e quello che ho in testa si può chiamare in un modo solo: emarginazione. Per emarginazione qui intendo il comportamento del gruppo che sceglie un suo simile da sacrificare sull’altare del machismo, da bersagliare e deridere, con costanza e crudele determinazione. Può essere il bambino cicciottello, o il ragazzino più tonto degli altri, o quello non troppo simpatico, o perfino uno a caso preso nel mucchio. E quando poi magari la caccia è finita, ed è stata scelta un’altra preda da inseguire, l’individuo, o ciò che ne rimane, cerca di riprendere i brandelli di se stesso sparsi qua e là e di reinserirsi nel contesto sociale. Ma il danno è troppo grave e l’anima rattoppata male, e l’ormai ex capro espiatorio ha solo due strade: o unirsi ai carnefici facendo finta di non sapere cosa vuol dire essere vittima, o chiudersi in un guscio di protezione in cui coltivare da solo la paura degli altri. Alcuni chiamano questa cosa bullismo, ma non è la parola giusta, perché ha il sapore di episodi lontani e conosciuti solo per sentito dire, e abbastanza gravi da finire sui giornali. Quello che sui giornali non si vede è che la pratica dell’emarginazione è molto più diffusa e più sottile di quello che sembra. Un debole da bersagliare c’è in quasi tutti gli insiemi di persone. E soprattutto, per dirla con De Andrè, dietro ogni scemo c’è un villaggio. E possiamo anche provare ad autoassolverci sostenendo che noi no, mai fatto niente del genere, chi io? Uno come me, che vota più a sinistra di marx e che aiuta gli immigrati? Figurati.. ma la vera domanda che dobbiamo farci è: quante volte di fronte alla scena di qualcuno sottoposto al ludibrio pubblico abbiamo alzato la voce per protestare? Quante volte abbiamo scelto di schierarci, non solo intimamente ma pubblicamente, dalla parte della vittima? Quante volte siamo riusciti a soffocare le risatine che le battute cattive e crudeli suscitavano istintivamente in noi? Quante volte ci siamo seduti vicino allo “sfigato” e quante invece vicino al leader?

Io di recente ho rincontrato una delle tante vittime, e quello che ho visto non mi ha fatto piacere. Allora mi sono fatta le domande di cui sopra, e la risposta non mi ha fatto piacere. Questo è il motivo per cui ho scritto questo pezzo. E se volete farmi una critica, e dirmi che ho esagerato, fatelo pure ma non aggrappatevi all'accusa di “buonismo”, sostenendo che tutto questo è normale e che a fare certi discorsi sei solo ipocrita. Il buonismo non esiste. Esiste chi è buono, e chi non lo è. Io sto cercando di scegliere.

martedì 4 giugno 2013

Un pensiero

di Edoardo Marcarini

Mi trovo di nuovo senza idee, o meglio senza idee valide e che servano a qualcuno. Idee inerenti a fatti accaduti o importanti anniversari, qualcosa che stupisca e racconti la società o la politica, qualcosa all'altezza degli altri articoli. Un anno passato a scrivere di Martedì con la consapevolezza di non essere all'altezza degli altri redattori. Un anno passato a rispulciare le pagine pubblicate in settimana e trovarne una all'altezza (o meglio alla bassezza) della mia solo il Martedì precedente. Un sacco di volte quest'anno ho scritto "perché dovevo", non perché sentissi il bisogno di parlare e condividere, ma perché il Martedì era il mio giorno e io, di Martedì, avrei dovuto pubblicare un articolo. I risultati molto spesso si sono rivelati deludenti.
Oggi non ho niente da dire, niente da dire di così mio da permettermi di scrivere qualcosa di soddisfacente, qualcosa all'altezza. Niente che tocchi gli ordinari argomenti del blog.
Quindi vi propongo, di nuovo, uno spunto di riflessione, un piccolo germoglio che chiunque può sentir proprio e accudire. Qualcosa di non abbastanza mio perché, in qualche modo, di tutti e che in questi giorni mi tormenta.

Egon Schiele, L'abbraccio, 1917, Olio su tela, 100X170

"Ah che tentazione di prenderle il viso tra le mani per costringerla a guardare nell'abisso di due occhi ben altri da quelli da cui voleva essere guardata!
Era lí davanti a me; m'acciuffava con una mano i capelli; mi si metteva a sedere sulle ginocchia; sentivo il peso del suo corpo. Chi era? Nessun dubbio in lei ch’io lo sapessi, chi era. E io avevo intanto orrore dei suoi occhi che mi guardavano ridenti e sicuri; orrore di quelle sue fresche mani che mi toccavano certe ch’io fossi come quei suoi occhi mi vedevano; orrore di tutto quel suo corpo che mi pesava sulle ginocchia, fiducioso nell'abbandono che mi faceva di sé, senza il piú lontano sospetto che non si désse realmente a me, quel suo corpo, e che io, stringendomelo tra le braccia, non mi stringessi con quel suo corpo una che m'apparteneva totalmente, e non un'estranea, alla quale non potevo dire in alcun modo com'era, perché era per me qual'io appunto la vedevo e la toccavo questa – cosí -con questi capelli - e questi occhi - e questa bocca, come nel fuoco del mio amore gliela baciavo; mentre lei la mia, nel suo fuoco cosí diverso dal mio, incommensurabilmente lontano, se tutto per lei, sesso, natura, immagine e senso delle cose, pensieri e affetti che le componevano lo spirito, ricordi, gusti e il contatto stesso della mia ruvida guancia sulla sua delicata, tutto, tutto era diverso; due estranei, stretti cosí -orrore - estranei, non solo l'uno per l'altra, ma ciascuno a sé stesso, in quel corpo che l'altro si stringeva. Voi non lo avete mai provato, quest'orrore, lo so; perché avete sempre e soltanto stretto fra le braccia tutto il vostro mondo nella donna vostra, senza il minimo avvertimento ch’ella intanto si stringe in voi il suo, che è un altro, impenetrabile. Eppure basterebbe, per sentirlo, quest'orrore, che voi pensaste un momento, che so! a un'inezia qualunque, a una cosa che a voi piace e a lei no: un colore, un sapore, un giudizio su una tal cosa; che non vi facessero soltanto pensare superficialmente a una diversità di gusti, di sensazioni o d'opinioni; che gli occhi di lei, mentre voi la guardate, non vedono in voi, e come i vostri, le cose quali voi le vedete, e che il mondo, la vita, la realtà delle cose qual'è per voi, come voi la toccate, non sono per lei che vede e tocca un'altra realtà nelle stesse cose e in voi stesso e in sé, senza che vi possa dire come sia, perché per lei è quella e non può figurarsi che possa essere un'altra per voi.
"
(Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, 1926)

L'amore che disunisce e che allontana. Pupille che si guardano senza conoscersi e braccia tese, rigide, secche che coprono l'altro. Amore che non è Amore ma fisicità, strazio di due corpi che si fondono senza l'ombra di una sintesi fra (senti)menti. Tema attuale allora come oggi. Il distacco, l'egoismo, il divismo e il culto del corpo. La dimensione spirituale che soccombe, la coppia che si stacca e l'io che non si regge su stesso ma necessita di un altro che, al contempo, ripudia. Relazioni instabili o inesistenti, uniche fondamenta l'autoaffermazione e l'appagamento di non so che malsano desiderio di possesso, ombre vacillanti e distrutte dall'insoddisfazione e inebetite dall'assuefazione al dominare, comandare, pretendere. Con quell'unica domanda che rimbomba nella testa, quell'eco che ci assilla...
Siamo soli?

venerdì 31 maggio 2013

CIE: Costoso Inefficiente Efferato

Di Marzano Luigi

Quando mancano le risorse viene naturale cercare di razionalizzare le poche rimaste, e sta capitando spesso nel nostro paese che riguardando di quà e riguardando di là ci si accorga che qualcosa di estremamente costoso sia pure inefficiente, incostituzionale e crudele. Sto parlando dell'ultimo rapporto della  Scuola Superiore di Sant'Anna riguardo i CIE  ed i CARA (centri di identificazione ed espulsione, centri di accoglienza richiedenti asilo)  la ricerca mostra chiaramente i grossi difetti in termini di trasparenza, violazione dell'articolo 13 della Costituzione, costi elevatissimi

Partiamo dal difetto di incostituzionalità:
L'articolo 13 descrive come la libertà personale sia inviolabile e che la privazione o restrizione di questa deve avvenire solo secondo le modalità previste dalla legge. Questo tutela tutti, cittadini italiani e migranti, ma non avviene per i Cie. Quella nei centri è una detenzione a tutti gli effetti * ma non è regolata dalla legge ma da provvedimenti amministrativi o persino prassi che portano anche ad una grossa diseguaglianza fra Cie sparsi nello stivale. Qui nasce invece il  problema di anti-democraticità e scarsa trasparenza: 
Ogni Cie ha le sue regole e le sue prassi di trattamenti diversi e fa pure fatica a renderli noti. All'ultima raccolta di dati che il Ministero degli Interni ha disposto solo le strutture di Torino e Caltanissetta hanno presentato parziale documentazione riguardo circolari e documentazioni interne. Anche i dati riguardo i costi di cui vi parlerò dopo sono frutto di una stima calcolata su solo una parte dei documenti ricevuti. 

mercoledì 15 maggio 2013

Ex-vittime dell'Ex-cuem

di Francesco Mancin
Questo pezzo vuole essere una sorta di resoconto e di confronto sui fatti accaduti presso la sede occupata dell'Ex-Cuem in via Festa del Perdono a Milano, nell'Università Statale.
Premesso che gli studenti dell'università milanese forse già conoscono i dettagli degli ultimi giorni, credo sia importante raccogliere e riassumere le varie posizioni che stanno crescendo intorno alla vicenda, nutrendo la fiamma di una polemica che non si è ancora placata.

Non si intende con ciò introdurre alcun giudizio, se non quello di constatare che ancora una volta siamo di fronte ad un caso di una certa mancanza di chiarezza e di manipolazione delle immagini e delle parole.
 
Per riassumere i fatti rimando alla lettera fatta circolare dal Rettore Gianluca Vago a tutti i dipendenti, i professori e gli studenti:
 
Cari colleghi docenti, personale tecnico amministrativo e studenti,
sento il dovere di fornirvi un breve resoconto dei fatti avvenuti ieri e riportati dagli organi di informazione.
Come sapete, fino a ieri la nostra sede di via Festa del Perdono ha subito il sopruso dell’occupazione forzata, protrattasi per oltre un anno, dei locali dell’ex libreria Cuem da parte di un ristretto gruppo di individui, già ampiamente noti alle forze dell’ordine, che dichiarandosi diretti “eredi” dell’esperienza dell’ex libreria, li hanno trasformati, senza averne titolo o autorizzazione alcuna, in un centro di aggregazione. In questa specie di “centro sociale” persone di varia estrazione, anche non universitari, hanno svolto attività’ (raduni, ristorazione, festini, concerti, ecc.) molto lontane dall’ipotesi culturale per la quale la Cuem aveva ottenuto a suo tempo l’autorizzazione da parte dell’Ateneo, spesso e volutamente arrecanti pesante disturbo alle normali attività dell’Ateneo (lezioni, lauree, convegni, e altre manifestazioni culturali). Lo scambio e la vendita di libri, comunque illecita, hanno rappresentato sempre un aspetto del tutto secondario delle loro attività.

domenica 12 maggio 2013

Prima, Seconda, Terza (che farsene di questa politica?)


di Dennis Salvetti


È passato un po’ di tempo dalla lettura di “Farla franca – la legge è uguale per tutti?”, libro-intervista a cura di Franco Marzoli et al. a Gherardo Colombo (ex giudice istruttore, ex pubblico ministero, ex consigliere di Cassazione), che tratta di Mani Pulite (e/o Tangentopoli) vent’anni dopo. Considerata da tutti la più grande opera di repulisti dalla corruzione e dal malaffare in Italia (almeno fino ad allora, direi), Mani Pulite ha imperversato per anni nelle discussioni politiche e non solo, come segnale della fine di un’era, la prima Repubblica, appunto. Nella lettura delle varie sezioni che compongono il libro (in particolare le “Considerazioni finali” e le appendici) e nella lettura della realtà odierna, come si presenta ai miei occhi, almeno, ho provato a ragionare (probabilmente nel mio solito modo parziale e lacunoso) sulla scansione storica data dal giornalismo sull’evoluzione delle istituzioni repubblicane (e della società in generale) e ho provato a trarne qualche conclusione.
Quindi, si è parlato di Prima Repubblica facendo riferimento al sistema di governo fortemente parlamentare, incentrato sulla DC e con il PCI all’opposizione. Questo sistema è morto con il “fenomeno” Mani Pulite.
Si è passati allora in una Seconda Repubblica, incentrata sullo scontro tra berlusconismo ed antiberlusconismo, con un rafforzamento dell’esecutivo, e la “maturazione” in un sistema bipolare dell’alternanza.
Infine si è giunti, con l’implosione dell’ultimo governo Berlusconi (no, non quello che si è appena insediato) e con la sostituzione con il governo dei cosiddetti “tecnici” (per critiche a questa impostazione potete leggere qui), alla Terza Repubblica (a voi la scelta se sia nata morta o se sia un aborto o, ancora, debba nascere essendo al momento in fase di travaglio).
Parto dal presupposto che, secondo me, per parlare di cambio di regime bisogna che il precedente sia effettivamente defunto e che il passaggio sia avvenuto tramite una frattura più o meno cruenta e/o drammatica. Posizione come sempre criticabile, ma che non inficia in alcun modo il prosieguo.

venerdì 12 aprile 2013

scegli il tuo presidente!


di Marzano Luigi

I grandi elettori sono pronti, il prossimo garante della Costituzione deve essere eletto per il prossimo settennato. C'è chi annuncia un parlamento più pulito rispetto alle scorse legislature ma non voglio esaltarmi e sottolineare che è soltanto meno sporco. Saranno le camere riunite più i delegati regionali ad eleggere il prossimo presidente ed è proprio da quest'ultimi che viene il marcio. Saranno cinquanta  i delegati condannati / prescritti / indagati / sotto processo che dovranno esprimere la loro preferenza. Una percentuale
minore del 5% rispetto ai 1007 elettori ma oserei dire comunque troppo elevata se si pensa che dovranno eleggere il garante della nostra madre Costituzione. Chi vive in Italia e segue sa spesso che questo 5% è molto più influente del reale numero che rappresenta e la cosa mi terrorizza a morte.

Voglio solo augurarmi insieme a voi lettori che il prossimo Presidente abbia a cuore gli Italiani onesti e che come la Costituzione insegna, voglia che la giustizia colpisca i disonesti perché la nostra faticosa democrazia prosegua con ordine. Avrà un incarico difficile da gestire, nell'instabilità economica e politica viene più facile distaccarsi dai nostri valori fondanti trascinati da estremismi e leggi di comodo. Nel frattempo  informiamoci sui "papabili" e cerchiamo di mandare un messaggio tramite la rete ai grandi elettori. Scegliamo il nostro presidente:



Se veramente questi risultati saranno considerati hanno un grandissimo potenziale. 
Se vi interessa io ho scelto il mio, Stefano Rodotà.

giovedì 28 marzo 2013

Una pausa di riflessione politica



Ciò che manca agli elettori, secondo il modestissimo parere di un elettore come gli altri

Ogni giorno milioni di italiani si informano, leggono quotidiani cartacei, sfogliano giornali di ogni tipo nei bar, sul treno, in ufficio, sulla poltrona di casa. Oltre a settimanali, mensili e riviste, il panorama informativo nazionale è composto da migliaia di realtà virtuali come blog, piattaforme partecipative e social media. Le stesse principali testate del paese, puntano sempre di più sulla versione on-line del quotidiano ampliando i contenuti, aggiornando costantemente le pagine e offrendo una serie molto vasta di reportage e rubriche “digitali”. Il fenomeno sociale che si sta registrando, da alcuni anni a questa parte, è una proficua informatizzazione della società, almeno di quella occidentale.

sabato 23 marzo 2013

NEGLI STESSI GIORNI



Pubblico volentieri questa poesia inviatami da un Amico, che ha voluto mettere le ali ai suoi pensieri e portarci il respiro di terre lontane e vicine, terre dell'uomo, terre dell'animo.

E' morto Jaradat
e come se un terribile
tautogramma trascendesse
il tutto, habemus papam

Il gulasch di quel porco
di Orbàn
è indigesto a tal punto da
risvegliare i peggiori incubi
della dignità

La via dell'Umiltà è
calcata dall'ossimoro

E negli stessi giorni,

(V.)

domenica 17 marzo 2013

Che Unità??

di Dennis Salvetti


Oggi si celebrano i 152 anni dalla proclamazione dell'Unità d'Italia.
In un Paese più disunito che mai, le due camere parlamentari eleggono come loro supremi rappresentanti Laura Boldrini (che ha lavorato per anni nei circuiti internazionali, in particolare all'UNHCR) per la Camera dei Deputati e Pietro Grasso (ex Procuratore Nazionale Antimafia e magistrato) per il Senato della Repubblica. E già scoppiano le polemiche... E per il discorso della Boldrini ("ha dimenticato la famiglia!" tuona Lupi del PdL) e per i voti di alcuni senatori del M5S al candidato del PD Pietro Grasso (tradimento! tuona Beppe Grillo dal blog).
Il signor Grillo ci aveva promesso uno strappo con il passato, ma le sceneggiate del padre tradito dai suoi figli, che ha "aiutato" ad essere eletti, (a mio parere) tradisce (scusate per le insistenti ripetizioni) questa sua promessa di cambiamento. Il voler fare del un Paese terra bruciata, obiettivamente, non mi sembra un gran piano di rinascita (e vabbè che la fenice rinasce dalle sue ceneri, ma l'Italia non è un animale mitologico!), colpi di genio del genere sono già state sfruttate dai peggio dittatori nella storia (senza per questo volere affermare che Grillo sia un dittatore). Ma il voler reclamare un assoluto controllo sui propri eletti (a cui proclamava non tanto tempo fa un ruolo di "esseri pensanti", diversamente dalle usuali logiche di partito) è rinnegare il tanto declamato slogan "uno vale uno". E tanto per ricordare, la nostra stessa Costituzione (che nata nei primissimi anni del dopoguerra, ancora memore delle barbarie fasciste) declama (a ragionissima!!) all'articolo 67: "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni SENZA vincolo di mandato." (il che non vuol assolutamente dire disattesa delle promesse elettorali, ma bensì che il voto deve essere espresso sempre per presa coscienza, che poi avvenga è tutt'altro paio di maniche, ad esempio, spiegatelo voi ai rappresentanti americani che secondo le nostre logiche si "inciuciano" ogni volta che votano a larghe intese le leggi!!).


E per non dimenticare cosa sta succedendo in Ungheria, che paga il populismo con la perdita di Democrazia:
Orban cambia la Costituzione - Repubblica
Passa la costituzione di Orban. Democrazia a rischio - Repubblica
Orban decora tre razzisti antisemiti - Repubblica

sabato 16 marzo 2013

STUPIDO STUPORE

di Sara L.

Sabato mattina: risveglio con i postumi. No, niente sbronze: è da mercoledì che le notti e i risvegli sono poco riposanti/riposati. La ragione è presto detta: martedì mattina sotto una pioggia battente stavo tornando da una visita domiciliare a Osio Sopra, dirigendomi con l’intrepida Bontina verso il mio ufficio, in via Borgo Palazzo, per poi caracollarmi ad una riunione in cui il leit motiv era “obiettivo: portare a casa il risultato! Strategia: carina e coccolosa!”. Ero quasi alla rotonda tra Dalmine e Lallio, quella del Lombardini per intenderci, quando, da devota osservante del codice della strada, rallento e all’improvviso sento il botto: qualcuno mi ha tamponato. In un secondo e mezzo realizzo che sono abbastanza lontana dall’automobilista davanti a me da non averlo a mia volta tamponato e guardo lo specchietto per capire che è successo dietro di me: lo faccio abbastanza velocemente per rendermi conto che chi mi ha urtato non si è fatto del male anzi, mi sta agilmente superando da sinistra e se ne sta andando senza neanche preoccuparsi di verificare le mie condizioni di salute, ma non lo faccio abbastanza velocemente da capire il modello della macchina e leggere la targa. Non potevo certo fermarmi lì, a 20 metri dalla rotonda, per vedere in che condizioni fosse la mia Bontina! Quindi proseguo, con l’idea un po’ naif che forse anche lei (sono convinta di aver intravisto una donna) ha pensato di fermarsi poco più avanti. 

sabato 9 marzo 2013

Italia, Repubblica fondata sul volontariato

di Marzano Luigi
Continua il racconto dei nostri incontri per il ciclo Tutta mia la cittàDinanzA conclusi il 7 marzo, ci manca da portare a conoscenza di voi "followers digitali" i contenuti condivisi con il pubblico negli ultimi due incontri. E' del penultimo che oggi vi voglio parlare : " Italia, Repubblica fondata sul volontariato" moderata da Marzano Luigi ebbene sì me medesimo.
Ospiti di questa serata: 


Micaela Barni: Presidente della cooperativa sociale Il varco  e membro del consiglio di amministrazione AEPER

Giuseppe Bugada: Presidente della cooperativa sociale Incammino



Capisco che il mio potrebbe essere un giudizio di parte ma è stata certamente una serata interessante e un'occasione per cogliere l'importanza del terzo settore nella nostra società e nella nostra economia specialmente per gli estranei all'ambiente. Avevo già discusso precedentemente dei temi da intraprendere nella serata con i relatori e ci si è  posti di fronte al pubblico con degli obbiettivi specifici, comprendere il significato e la definizione di cooperazione sociale, trasmettere l'importanza del Welfare e le potenzialità che ha nella convivenza civile, nel benessere, nel risparmio. Di volontariato si è parlato molto meno, forse come strumento collaborativo della cooperazione sociale che comunque spesso condivide gli stessi fini. Si è parlato  dei lavoratori nel campo sociale, dei loro sacrifici, un contratto da rinnovare, ma anche delle loro scelte etiche ammirevoli. 

giovedì 7 marzo 2013

La "dura" legge del blog

di Miriam Bonalumi

  "Oh no, sei in una magnifica posizione:

 non puoi scendere più in basso di così, puoi soltanto salire!"

(Mago Merlino, "La spada nella roccia") 



Fiera posizione eretta, sull'attenti: stavolta pubblico qualcosa di degno.
Tutti i buoni propositi del mondo, ma la schiena scivola progressivamente, perde ogni contatto con la rigida compostezza della sedia.

  Inesorabile situazione.
Il corpo s'avvicina al gelido pavimento, come un triste blocco di marmellata spalmato su un panino surgelato.

Un obiettivo ambizioso, quello originario di "Spogliatevi": pubblicare ogni giorno.

Comunicare ogni giorno qualcosa di nuovo, bellissimo ma non scontato.

Penso con un sorriso al lungo percorso compiuto da quella prima "riunione costituente", simile a un'allegra festicciola.
Tra le innumerevoli conquiste, ne cito solo alcune di particolar pregio, o quantomeno di personale esaltazione:

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